sbiadire o cambiare

agosto 31, 2015

tratta da flickr.com dall’album di “Elisabetta Stringhi”

ci sono stati momenti nella mia vita in cui ho trovato forze che non avrei immaginato. ci sono stati dei momenti che ancora oggi mi chiedo come abbia fatto ad uscirne, a sopportarli. uno lo fa, certo, ma alle volte non rendendosi conto del ‘come’. una grande nostra virtù è la resilienza, praticamente è il deformarsi senza rompersi a sollecitazioni forti e impulsive. certo tutto questo spesso lascia dietro dei ricordi e del dolore. ma è dal ricordo che riemerge la speranza, la speranza che anche domani ce la potremo fare. ed è dal dolore passato che si aprono nuove prospettive, per capire meglio la realtà in cui siamo.

ripulendo la cantina trovo spesso degli spunti per ripensare a ciò che è stato. uno di questi è un po’ la tendenza che ho ad avere dei ricordi tangibili, qualcosa che magari non ha tanto un valore di per sè nel ricordo, ma lo rievoca essendone parte. un quaderno, una foto, un gioco, una cartolina. all’inizo dici di tenere queste cose per ricordarti il fatto, solo che poi col passare degli anni il ricordo si sedimenta o sbiadisce, senza lasciare tracce. così alle volte svuotando le cantine mi trovo a buttare via cose che avevo tenuto, proprio perchè ormai il ricordo è cambiato e non è più contenuto in quell’oggetto o perchè è svanito e nemmeno l’oggetto lo riporta a galla.

“capitano, quando tutto era nebbia e pioggia…” “nebbia che nemmeno vedevi l’altro lato, pioggia che ti infradiciava tutto” “sì ecco, quando era così. come riuscivate a giocare?” “vedi, le nostre migliori partite le abbiamo giocate proprio quando abbiamo dovuto davvero capire cosa potevamo fare per superare tutte le difficoltà…” “lei guidò quelle grandi vittorie” “sì, ma c’ero anche quando le prendemmo come non mai…alla fine è più questione di tattica”

“…Tengo gana de bailar el nuevo compass…”

 


il limite della forma

febbraio 24, 2015

tratta da flickr,com dall’album di “Alessandro”

ci crea problemi quando la forma non è coerente col suo contenuto. i poveri non sono solo i barboni per strada. i matti non sono solo i pazienti dei reparti di igiene mentale. e non è semplice accettarlo, non è infatti semplice perchè ci mette in crisi su come percepiamo il mondo attorno. andando più nel profondo questo nostro fastidio è una sorta di difesa, cerchiamo infatti di stare lontano dalle persone che all’apparenza possono farci sentire a disagio o proprio male. solo che alle volte rischiamo di perdere il meglio. qualcosa che mai avremmo pensato di poter trovare.

chi siamo oggi, il nostro meglio ora è ciò che è rimasto attraverso i periodi più difficili della nostra vita. ripensandoci ognuno di noi ha passato momenti in cui tutto attorno era buio, sembrava non ci fosse uscita. e invece piano piano un sentiero lo abbiamo trovato e ora siamo più forti perchè quell’ostacolo lo abbiamo superato. a volte fa bene ricordarlo, per darci speranza, un po’. cercate sempre chi sa cos’è la sofferenza, non perchè vi possa aiutare, ma perchè possa capirvi e solo allora aiutarvi.

‘capitano eravate davvero una bella squadra allora…’ ‘sì. sgangherati, strani, ma unici’ ‘non vi avrebbero mai dato una chance all’inizio…’ ‘e nessuno ce la diede infatti’ ‘però avevate qualcosa in più…’ ‘sì, la squadra’ ‘forse è per questo che ce la facevate, alla fine…’ ‘nonostante le difficoltà.  la paura. gli avversari.’ ‘paura?’ ‘sempre…’

“…e sei fantastica quando sei assorta nei tuoi problemi…”


la speranza è la prima a tornare

gennaio 29, 2015

tratta da flickr.com dall’album di “Ale Ale”

la speranza è l’ultima a morire. ce lo dicono spesso, quasi ad incoraggiarci, a non mollare. non credo sia così però. no. la speranza è la prima che se ne va quando le cose vanno male. appena finisco in qualche baratro della mia vita la speranza mi abbandona quasi subito – non ce la faremo mai-, restano tutte le altre. e pian piano se ne vanno anche loro, fino a svuotarti lasciandoti solo con te stesso. rialzarsi, perchè in qualche maniera ce la facciamo sempre. ed è lì che la speranza è la prima a tornare. solo allora inizieremo a trovare le forze e lo spirito per rincorrere quella luce che fino a poco tempo fa nemmeno vedevamo, nemmeno ricordavamo che esistesse. trovando le energie proprio nella speranza.

guardando gli altri mi assale sempre lo sconforto di non sapere – io – dove sto andando. la questione ha più aspetti. c’è l’impressione di una perfetta sintonia di causa conseguenza. e quando ti raccontano le loro vite sembra sempre tutto chiaro e limpido, sì un po’ di incertezza, ma non quella che vivi tu. il problema di fondo è che non abbiamo mai il coraggio di sentirci da fuori. di mettere in crisi in positivo o negativo l’immagine che trasmettiamo al di fuori.”capitano, ormai nessuno più si ricorda di quelle sue grandi partite” “nemmeno io in realtà…” “per tutti noi giovani è stato un grande” “non dirlo, ti prego. è che mi sento a disagio a meritare certi appellativi” “ma è vero.. in quel frangente, siete stato fondamentale. non c’erano alternative” “è qui che sbagli. se non ci fossi stato io una soluzione si sarebbe trovata, magari in un tempo diverso, magari con risultati diversi. ho fatto solo quello che andava fatto.” “già. eprò si ricordi questo, se la squadra oggi vince è anche perchè allora c’è stato lei” “questo è bello da pensare”“…il mio nome sarebbe sempre incluso nella lista…”


capire quel coraggio

aprile 22, 2014

tratta da flicrk.com dall’album di “coincidentalimages”

saremo dei grandi maestri quando i nostri allievi ci supereranno. è un grosso problema quello di crescere, educare e competere. raramente siamo disposti ad accettare che chi viene dopo di noi possa avere un trattamento migliore. scatta il complesso da conservatore: “ai miei tempi, non avevamo questi strumenti e ce l’abbiamo fatta lo stesso”. è quasi una paura che le nostre fatiche siano state inutili. la fatica di stare al passo coi tempi. cambiare sì, ma anche capire il cambiamento.

tendiamo a difendere le nostre posizioni facendo terra bruciata dove passiamo. il problema è che ragionando così non si andrà mai da nessuna parte, se non accettiamo che esistono passi grandi e piccoli, non ci muoveremo mai. la chiave per muoversi infatti è capire che devo sforzarmi di rendere il mondo migliore per chi arriverà domani. il mio oggi è stato lacrime e sangue. bene. posso farlo rivivere agli altri identico o posso provare a migliorarlo, leggermente.  come dicevo, saremo dei grandi maestri quando accetteremo che i nostri allievi ci superino e noi vivremo questo sorpasso con soddisfazione. però abbiamo il coraggio e la forza di esserlo?

‘capitano, ci pensa mai?’ ‘sempre’ ‘e ora?’ ‘punto’. ‘guardare troppo avanti o troppo indietro fa male, ci illude e ci porta via dal tempo che ci appartiene’ ‘il presente?’ ‘per quanto possa ricordare, quell’allenatore non aveva mai vinto nulla, ma mi aveva insegnato a stare in campo. dava pochi consigli, ma erano quelli giusti, quelli che poche altre volte ho sentito così chiari. a fine stagione si ritirò, non era la sua vita quella. lui, per fortuna lo capì. lo, solo due anni dopo. e allora lo stiami ancora di più’.

“…avrà più di quarant’anni e certi applausi ormai…”


dove rivolgere lo sguardo

gennaio 12, 2014

tratta da flickr.com dall’album di ” wordscraft”

quando sono di corsa, che sto lavorando e faticando – per quanto ti possa piacere quello che sto facendo – un pensiero va sempre nella direzione “ora vorrei solo non essere qui”. in tanti anni passati tra i banchi il mio pensiero andava sempre fuori dalla finestra, mi immaginavo seduto a fare colazione in un bar, all’aperto aria fresca, poca gente in giro e il tempo che passava. col tempo ti rendi conto che quando ne hai poi l’occasione quell’emozione non è come te la immaginavi, non così potente, non quanto il desiderio.

se ci ripenso non so davvero come abbia fatto. certo la tattica allora è stata fondamentale. resistere. era da troppo tempo che non provavo addosso quelle sensazioni, erano solo lontani ricordi, miti del passato addirittura. no. qualcosa potrà rivivere, altro sarà solo un frammento di ciò che è stato. devo però capire e puntare a quello che mi aspetta, al nuovo, al domani.

le brutte notizie dalle di giorno, se puoi. tanto più le tue scelte saranno forti e durature, tanto più avranno valore. il resto è solo nebbia attorno. sguardi lontani. e la paura più grande che ci ronza sempre in testa, l’oblio.

“…che il mondo è bello e ci credeva…”


l’ottica per il domani

agosto 1, 2012

tratta da flickr.com dall’album di “Armando Moreschi”

quando raccontiamo una bugia grande i primi che dobbiamo convincere siamo noi stessi. curare i dettagli e soprattutto la motivazione. molto spesso non vogliamo dire la verità  per non avere problemi, evitarli in positivo e negativo. il grande problema non è tanto la bugia di per sè, ma come la sappiamo reggere. più e grande più ci coinvolge e dura nel tempo, così c’è il rischio che talvolta cada improvvisamente tutto e allora quanto tu avrai basato il tuo futuro su quello, tanto più sarà difficile rialzarsi. anche se saremo obbligati a non stare a terra.

come è difficile ripartire dopo che ci si è fermati. finchè stiamo in corsa la fatica tendiamo a non sentirla, stringiamo i denti e andiamo avanti. abbiamo il ritmo. che sia sport o vita il nodo cruciale e riuscire a non mollare, resistere fino al traguardo e poi dopo fermarsi. le ripartenze sono sempre lente e dolorose ci sembra che non riusciremo mai a ritrovare quella magica alchimia di potenza e resistenza, ma ad un certo punto scatta l’interruttore e d’improvviso riprendiamo il passo perso con più forze di prima.

io non so come sarà il domani. posso sperare che sia migliore, temo che sarà faticoso e pieno di insidie e credo che comunque andrà sarebbe sempre potuto andare peggio. cosa ci attende al di là dell’oggi è il nostro limite, il nostro punto di partenza per i giorni che arriveranno. con che ottica ci approcciamo? ottimismo e pessimismo non sono sinonimi di menefreghismo o arrendevolezza. l’ottica deve più essere incentrata sull’accettare o meno quello che la vita ci propone, credendo, e qui sì, che sia il meglio che ci potrebbe accadere!

“..e mi manca un po’ il respiro…”


sono seduti

luglio 2, 2011

tratta da flcikr.com dall'album di "neonove"

di per sè l’idea era buona. il tempo era quello, non ce n’era altro. erano in tre seduti a quel tavolo, erano in tre che cercavano una soluzione. loro almeno ci provavano.

a sentire certe canzoni poi ti viene in mente il passato. ti riaffiora giorno dopo giorno, all’istante tutto. poi di colpo ti fermi. pensa anche solo per un istante se quattro anni fa ti avessero detto come sarebbe stato il tuo domani, ma tu ci avresti creduto? le scelte che facciamo sono così forti che cambiano la nostra vita e questo ci fa tremendamente paura. abbiamo il terrore di non essere più noi, di non conoscerci più. cambiare e crescere fa paura, tocca a tutti. sempre.

uno-due. destro e sinistro. gancio secco e poi dritto in faccia. di nuovo. ma questa non è la tua palestra? ma qui sul ring tu c’eri o cosa? tempo fa incassai, ora è diverso. ho i muscoli che non avevo. c’è un grande supereroe in ognuno di noi, e il bello è che esce fuori quando davvero ne abbiamo bisogno, quando stiamo seduti ad aspettare che il mondo finisca. il nostro di mondo. esce salva tutti e se ne va. e non sai nemmeno tu da dove viene, però ti ha salvato.

dove se ne sta il sole? dietro le nuvole. ma allora da dove viene sempre la luce?

“…Alles klar, Herr Kommissar?…”