allontanandosi

dicembre 5, 2014

tratta da flickr.com dall’album di “arianta”

tutte le volte che guardo al passato capisco un po’ di più di quello che è stato. più mi allontano più gli eventi si fanno chiari. forse perchè la componente emotiva si disperde o forse perchè capisco più di quello che sono. sono presbite della mia stessa vita, vivo con questa nebbia attorno. certo è ovvio che, dopo, sono tutti professori. Ma io non parlo di aver ragione, non parlo di conflitti, parlo di capire me, gli altri, le mie stesse scelte. se non è chiaro, come possiamo fare?

qual è la sensazione di chi si classifica per un centesimo di secondo? e di chi viene scartato per lo stesso centesimo? troppe volte ci troviamo separati da invalicabili muri che non possiamo oltrepassare. tu di qua, tu di là. c’è una cosa che ci dimentichiamo sempre di considerare, la relatività della prospettiva. non vale fare confronti uno-a-uno, là vinci perdi o pareggi, cerchiamo di consiederare sempre tutto. e smetterci di dire “io, in quella situazione non ce l’avrei mai fatta”. tu, in quella sitauzione avresti agito diversamente. punto.

‘per l’andamento della stagione quei mesi furono importanti?’ ‘sì. il capitano era infortunato, e c’ero io al suo posto, ma non era quella la questione’ ‘davanti non c’era intesa?’ ‘e non so perchè. così un pomeriggio quasi per caso ripensando agli allenamenti fatti decidemmo di invertire i loro ruoli?’ ‘ma non aveva senso!’ ‘per un po’, comunque, funzionò’ ‘poi vennero fuori altri problemi’  ‘già, e sinceramente non ce ne interessammo più…il dettaglio curioso, però, era proprio che, dopo tutti quei mesi passati, come si erano scambiati i ruoli, ripresero i loro. lo stesso giorno in fondo.’

“…siamo i gatti neri, siamo i pessimisti…”

 

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aiutare poi sparire

giugno 25, 2014

tratta da flicrk.com dall’album di “Luisa Veronese”

ci sono dei momenti in cui basta davvero poco per aiutare chi ci è davanti. anche solo dire come alzare un peso. era la confusione totale, tutta la razionalità era andata. non sapevi più quale strada prendere. poi arriva, ti dice cinque parole e tutto è più facile. ci sono delle volte che lo sforzo che ci costa essere d’aiuto è pressochè nullo, soprattutto rispetto ai benefici che diamo. non dimentichiamocelo mai. passare aiutare e andare, quasi senza una faccia, quasi senza esistere. conta, dà speranza.

accumulo sempre troppe scadenze, troppi impegni. rimando sempre a domani quello che posso non fare oggi. mi riduco all’ultimo e in fondo mi piace. mi rendo pure conto che molte volte faccio di più in un’ora che in un giorno. ma non può essere sempre così, quella concentrazione è difficile da trovare e quando sei sull’onda fai tutto, non lasciarti nulla indietro, chissà quando ritornerà l’onda.

un film. un libro. una canzone. non so in cosa siano più radicati i miei ricordi. ciascuno si ritaglia un po’ di spazio. e dopo tanto tempo mi rendo conto che quella era la tattica giusta. può un dialogo, un personaggio o una melodia impersonare una sensazione? di sicuro qualcosa va oltre le parole che abbiamo, nulla può spiegare il vuoto dentro. non esistono parole per trasmettere la stachezza che ci distrugge. come compagni di viaggio: non eri solo.

“…Someday when I’m awfully low…”


tornare indietro, per poco

novembre 16, 2012

tratto da flickr.com dall’album di “Dimitris Iliopoulos”

capita a volte di rimpiangere il passato: come si stava bene allora. capita a volte di temere il passato: speriamo non accada più.capita a volte di ricordarsi il passato: ecco com’era.

per una serie di strani e fortunati eventi in questa settimana qua mi sono ritrovato, per poco tempo, catapultato ai tempi delle superiori, a situazioni che oggi come allora erano speciali, straordinarie. e proprio in quanto tali avevano un altro sapore. già, perchè l’università ti rende libero, è il recinto che ti fai tu che ti limita. sei tu che ti concedi di andar fuori.

entrare due ore dopo. mi ricordo, idealizzando ovviamente, quando alle superiori  ci leggevano la circolare che il giorno dopo si sarebbe entrati una o due ore dopo per mancanza di un professore. ecco, in quei momenti eri felice. ti avevano regalato qualche ora di pausa: nemmeno ci pensavi a metterti a studiare. dormivi di più. andavi a scuola con pullman vuoti, in strade quasi deserte e trafficate da facce che non erano quelle di tutte le mattine. e così se un professore ti dice che non ci sarà e ha le prime ore, poi dopo lezione, beh… conviene davvero goderti quella dormita. raramente ne avrai altre.

uscire prima. era più raro come evento. e quando capitava, come per prima, non stavi a pensare razionalmente quanto tempo avessi in più per studiare, pensavi piuttosto quanto tempo avevi per goderti il ritorno a casa. magari lo festeggiavi bevendo un caffè fuori al bar, sotto l’ombrellone di plastica rosso. uscire prima. rubare tempo alla propria frequenza forzata, e non sepre desiderata. specie quando fuori c’è il sole e un po’ di vento il tempo è fantastico e ti riempie dentro di felicità vedere quel cielo azzurro prima del solito. pare persino più azzurro.

non ho mai pensato a quanto mi mancano quei momenti che vivi solo alle superiori, ce ne sono altri. non ho mai più pensato a come li ho vissuti illo tempore, di sicuro sprecandoli col senno di poi. so solo che oggi, riassaporandoli leggermente diversi hanno un certo sapore unico, stupendo. Così ti rendi conto di quanto sia difficile, se non impossibili, godersi appieno un attimo. e anzi, quando te ne rendi conto è tutto sprecato.  ma per fortuna c’è il presente a rassicurarci!

“…fammi fuggire fuggire di qua…”


la pioggia che rilassa

giugno 16, 2011

tratta da flickr.com dall'album di "zunardu"

oggi guardavo fuori dalla finestra e pioveva. oggi mi sono goduto il temporale da camera mia. in silenzio, a sentire la pioggia che cade, il ventoche muove tende e alberi. sapevo che ce l’avrei fatta, ma non volevo. sapevo che le cose sarebbero andate male. a ripensarci le cose non vanno mai come te lo aspetti, più le programmi, più te le immagini più ti deluderanno. ma oggi no, davanti a quella finestra c’era tutto. davanti a quella finestra ci stava la leggerezza che ormai sto cercando da tanto tempo, da troppo. e allora stiamo a guardare, primo o poi finirà.

tanto sono sicuro che non lo vedrai. passerai e te ne andrai via in silenzio.

abbiamo paura del silenzio. abbiamo paura di fare un viaggio in macchina e non dirci nulla. abbiamo paura di guardarci negli occhi e poi, dopo, salutarci. abbiamo paura di non avere nulla da dire. abbiamo paura di essere insignifcanti. abbiamo paura che non saremop ricordati. troppa gente piuttosto che star zitta, parla. di qualsiasi cosa. delle volte ci rifugiamo nella musica, ci rifugiamo nel telefonino, in una sigaretta, ci rifugiamo in qualcosa che faccia passare il tempo. è solo che il silenzio ci spaventa, e non lo sappiamo apprezzare fino a fondo.

“…e la canzone andave elegante, l’orchestra era partita, decollava…”


flessibile al tempo

dicembre 28, 2010

tratta da flickr.com dall'album di "ßッ"

ci ho messo praticamente un’ora, ma ho capito le trasformazioni semplici di Lorentz, i boost. Il fatto è che poi mi interessa pure questa parte qua, ma una fatica. Non è che abbia molta ispirazione per scrivere, ma almeno mi scarico un po’. Allora so già che domani mi sveglierò stanco e a quest’ora dovrei già essere a dormire, invece sono qua.

scaricare la tensione su chi ci sta accanto è un fatto naturale e abbastanza incontrollabile. conosco persone più o meno permeabili ai loro sentimenti, ma tutte quante quando la giornata è no davvero le vedi. Il fatto è che diventi più sensibile e ti arrabbi se vedi una cosa fuoriposto. Il mondo crolla, ma quel vestito sporco è quella la fine del mondo. Passerà, solo che è difficile sia vederla dal punto di vista dei punge-ball che ti stanno accanto, sia dalla tua. Nessuna lucidità è migliore e più amara di chi si rende conto di essere nell’assoluta balia di se stesso.

credo che un domani sia possibile, non so cosa mi aspetti, so solo che ci sarò. arriverò a quella meta e poi di nuovo in viaggio. forse non tornerò mai più su quella strada, ancora 2/3 giorni e poi si fa come al solito, come sempre. finirò per essere trasparente, oppure talmente flessibile che al passaggio del tempo mi piegherò, passeranno tutti, ma resterò. senza una piega senza una forma. domani.

“… cos’hai fatto ti ricordi eran belli i nostri tempi…”


di ritorno

ottobre 21, 2010

oggi è stata una di quelle giornate che è meglio avere finito. ti svegli col mal di gola, che fai fatica a deglutire. niente bici. si va col 67. Ammucchiati e ammassati, di fretta. Poi freddo nell’aula, stanchezza. Si corre a ritirare le tessere, di fretta che poi chiude. Si mangia da soli perchè non si fa in tempo a tornare per mangaire coi compagni. Si seguono lezioni, ma la gola si fa sentire, fa male. La concentrazione tende a calare, la mano inizia a dolere. Poi si torna a casa, 50 minuti di viaggio, traffico, gente schiacciata sul pullman, vento, freddo. Si scende dal pullan, si guarda l’ora e vedi che hai gisuto 50 minuti per startene a casa, ma

ora se fosse un film l’inquadratura sarebbe fissa sull’ora sul cellulare, chiusura di scatto e messo in tasca. Poi un dettaglio, porta l’inquadratura da tutt’altra parte il paesaggio. fantastico. Scendendo verso casa c’è torino alle 7 di sera, nuvole rosa in alto, montagne che vanno dissolvendosi all’orizzonte. La città è piena di vita ma così nitida, fresca e ben illuminata. Il sole le dona quel colore rossiccio del tramonto e le nuvole rosate sopra danno quel tocco di poesia. Ma dura poco, pochi secondi. GIusto il tempo di goderselo ricordarselo e respirare a pieni poloni. Se la giornata è valso questo… grazie.

poi dopo allenamento, torni a casa. mangi, c’è poco. nulla quasi, la dispensa è vuota. Ma c’è una sorpresa, un regalo. Un bacio di dama. ecco è qua, lo devo ancora mangiare. ma mi farà sorridere. ecco sono queste le piccole cose fantastiche che dobiamo portarci di ogni giornata. Quelle per cui vale la pena vivere. un saluto, uno sguardo, un bacio, un abbraccio. Alle volte mentre guardi un tramonto o mangi un bacio di dama la vita può essere più leggera e bella, però tornerà grigia. Aspettiamo domani

“…azzurro, il pomeriggio è troppo azzurro e lungo per me…”


cosa

giugno 8, 2010

cosa manca al tempo? cosa c’era nell’aria?! la giornata non sai nemmeno quando inizia e quando finsice. il limite è sottile. Chiudi gli occhi e… domani è già qui. Però che maledizione non capire il tempo. Farselo passare attorno, addosso. come se noi non volessimo, come se fosse contro di noi. Perchè è così. Contro di noi. Allora poi ci fermeremo e capiremo che quel tempo è ancora addosso pronto a essere vissuto.

non so cosa ci facesse quella canzone nella libreria musicale, ma c’era! era assurda. Insensata.  E fa impressione quando per sbaglio resetti l’ipod che tutti i tuoi brani scelti se ne vanno via e allora provi l’emozione di ascoltare la muscia, a sceglierla. E non solo più a sentirla. La rendi davvero unica.

“Diciamo che mi chiamo Ismaele…” di nuovo. Penso che sia ora di Moby dick. Però il viaggio è diverso. Lo sappiamo che Achab muore. Lo sappiamo chi è Starbuck. Non dobbiamo farcelo spiegare. Però devo imbarcarmi, no stare a terra. Non so. Forse accodarsi ai funerali e strappare i cappelli è anche questo. Quando ti guardi allo specchio e non ti riconosci più.

“…that’s sugar cane, that’s cinnamon…”