voler essere il più

marzo 11, 2014

uno dei più grandi problemi che, in fondo, ognuno di noi ha è capire chi siamo davvero. non tanto intesa dal punto di vista di ricerca di un’identità in senso positivo quanto più l’affermazione del nostro io. perciò quando siamo persi nel non riconoscerci, nel non avere delle misure con cui rapportarci allora l’unica strategia resta quella di essere ‘più qualcosa’ rispetto agli altri. il fatto è che a breve termine questa strategia ci appaga, ci gratifica ci fa sentire meglio. ma una volta passata l’onda il vuoto resta, forse ancora più grande perchè ora non ci basta più dove siamo arrivati.

quando si è al chiuso il cielo fuori pare avere un colore più azzurro. il mondo all’esterno sembra essere più bello. vorremmo semplicemente non essere dove siamo, ma altrove. ci sono rari episodi in cui questo nostro desiderio di libertà viene esaudito, imprevisto di solito. e allora ci troviamo fuori, a respirare l’aria fresca sentendo quell’emozione addosso che ci rende il momento ancora migliore, diffficilmente riproducibile.

era un piano geniale. studiato in ogni minimo dettaglio. pianificato. fallì, il muro era quello sbagliato. la tattica era quella di non prendere gol, non bastava bisognava segnarne almeno uno. “buon lavoro ragazzi!”. giocare a non perdere è una tattica che funziona nelle emergenze, che dà frutti a breve termine, ma alla lunga demotiva. serve quando ciò che si vuole evitare è la sconfitta, ci vuole allora un cambio di mentalità. un nuovo piano da studiare.

“…fanno finta per non farsi infastidir…”


rompere l’automatismo

dicembre 27, 2013

tratta da flickr.com dall’album di ” Dave Stokes”

nel delirio frenetico e caotico del quotidiano il nostro cervello ha sviluppato un’arma tremendamente potente per salvarci: l’automatismo. manco fossimo Charlie Chaplin in Tempi Moderni ogni giorno ci ritroviamo a ripetere la stessa serie di gesti, e spesso lo facciamo senza nemmeno pensarci. uscir di casa e dare due mandate alla serratura. uscire dalla macchina e sfilare le chiavi. controllare di avere dietro cellulare-chiavi-portafoglio. scendere alla fermata giusta. posare le chiavi nello stesso posto entrati in casa.

l’automatismo ci fa risparmiare energie. ci tutela dal dover continuamente pensare a cosa fare e perchè; soprattutto  è calibrato su migliaia di esperienze passate: faccio  così perchè so già che mi conviene, perchè è la soluzione migliore. tuttavia, alle volte sorge un problema. l’automatismo si rompe – anche solo per un istante – e può capitare la catastrofe.

conseguenze. l’automatismo entra spesso in gioco in situazioni molto importanti e delicate. quando viene meno succede che per un istante si rompe il ciclo di routine in noi. l’automatismo non te lo ricordi, e questo ti spaventa a pensarci. ti senti estraneo alla tua vita. quando salta l’azione si aprono due strade, la prima è che sei in un protocollo abbastanza sicuro in cui te ne rendi conto e riesci a rimediare. altre volte salti dei test di controllo e rischi di lasciare casa aperta, tuo figlio in macchina, il cellulare alla stazione o perdere le chiavi di casa. e rimediare è sempre faticoso, se non impossibile.

cause. quelle volte che mi è capitato di rompere il meccanismo e patire le conseguenze mi sono sempre chiesto – dopo – come mai quella volta là non avevo fatto come le altre. scopri che qualcosa di diverso o inusuale c’è sempre, e tanto più è piccolo, meno attenzione fai: la fretta di partire, l’orario anomalo, sto telefonando, sono entrato con altri, ho fatto una strada diversa, devo prendere più zaini del solito. basta un piccolissimo ingranaggio a rovinare tutto il meccanismo dell’orologio.

“…My heart could take a chance, but my two feet can’t find a way…”


una maniera per fuggire

ottobre 9, 2012

tratto da flickr.com dall’album di “Cellula – juntos somos imensidão.”

ci sono delle mattine in cui alzarsi non è difficile. siamo tesi, esitanti, preoccupati o già svegli. così pure ci sono sere in cui non si può proprio andare a dormire. le grosse emozioni ci scombussolano, ma ci danno pure la forza. vivo solo di forti emozioni, di sfide: una dietro l’altra. lottare credo che sia anche una maniera di fuggire. riempirsi la testa d’altro per non fare spazio ai pensieri che fanno male, che ti mettono l’ansia. fuggire. ma primo o poi ti prenderanno. chissà cosa sarà allora.

ci vuole una forma per trasmettere un concetto. in passato si è discusso a lungo di come vadano bilanciati. oggi ho pensato, forse è ovvio, ma che si autoimplicano non esistono da soli. così vai un attimo oltre e pensi ai tuoi di messaggi, capisci a quanto più intenso deve essere ciò che fai dici e pensi. ti rendi conto all’improvviso che tutto è comunicazione e che è davvero impossibile non comunicare.

ci manca il tempo per le piccole cose. è un attimo prendere il caffè al bar con calma. sono 5 i minuti per fare una passeggiata rilassante. bersi un the non ruba molto tempo. ecco sono quei fronzoli che ci danno la forza e ci allietano le giornate. quando il sole inizia a stare poco in cielo ti viene la nostalgia dell’estate. della primavera. Quando me ne uscirò dalle aule con la stessa luce che c’era al mattino, allora e solo allora torneranno…cent’anni di solitudine.

“…la vecchia che ha sul banco foto di papa Giovanni…”

 


esserci dentro

ottobre 3, 2012

tratta da flickr.com dall’album di “Javier Volcan”

così tutto ebbe inizio. troppo spesso pensiamo a puntare ad un modello elevato, fin troppo per noi. non puoi tenere il passo dei 1000m per la maratona. ognuno di noi ha i suoi traguardi, che non può e non deve spiegare. li deve prima di tutto capire ed individuare. e non è semplice. quando ti buttano nella massa spesso chi la spunta è chi ha il carattere più forte, tu sei uno che aspetta, uno che insegue, che tiene il passo. molte volte conta di più arrivare in fondo, già quella è una vittoria. o almeno lo è per chi già fa fatica.

finchè non ti ci trovi dentro non ce la farai mai. ci riempiamo la bocca di buoni propositi per il futuro. è il presente che ci cambia. guardiamoci in faccia, davanti allo specchio. fissandoci negli occhi. ‘ce la facciamo?’. ho sempre avuto quel pensiero in testa: ‘io in quella situazione non ce l’avrei mai fatta’, ma ci sono comunque riuscito, diversamente. perchè alla fine ci si adatta, e se aspettiamo che arrivi porpio quello che noi aspettiamo, credo e temo che dovremo aspettare per sempre.

tutto divenne chiaro fin da subito, la nebbia si dissolse e la luce trapelò. di solito quando uno presenta le proprie capacità rischiamo o di esaltarle troppo, più di quello che sono o di sminuirle fino a quasi ridicolizzarle. come al solito ‘aura mediocritas’. in realtà per quanto possa sembrare assurdo entrambi gli aspetti hanno le loro negativià e per quanto possa sembrare assurdo anche trovarsi con chi in fondo è anni luce da quello che pensavi può creare seri problemi al gruppo. io, se ci penso, sono più del tipo che pensa di non saperla una cosa. e forse devo un po’ autoconvincermi, e capire le mie potenzialità. se ne ho. e tutti ne abbiamo, io ne ho.

“…she is pure as New York snow…”


rimpiazzi

febbraio 21, 2011

tratta dall'album di "my sistification"

un conto è non giocare. tutto un’altro essere fuori dal gioco. battersi senza saper di poter vincere, essere meno che zero, ecco. non essere nulla. un conto è la persona che ti cambia la vita, un altra è quelle con cui la passi. forse non valere una cartolina era un conto, ma essere un soprammobile ti sta stretto. tutti i cattivi pensieri scritti su un libretto e poi buttati nel falò, perchè è là che devono finire. che poi nemmeno te lo ricordi come ci si prende cura di un fiorellino, pazienz arriverà un giorno in cui potrà ricrescere.

ce ne vorrebbero più di giornate così. che te ne stai seduto e il tempo ti passa davanti. cerchi di aggiustare tutto, ma dove finsice il mondo e dove inizia il domani te ne rendi solo conto dopo. sono troppo stanco per credere che tutto finirà adesso, sono troppo staco ora per alzarmi e mettermi a lottare. no, credo che ora me ne starò qui ad asoltare il vuoto. capendo che non si arriva da nessuna parte se non si sa quello che si deve fare.

Io non credo che tutto quello che facciamo per gli altri un giorno ci ritorni indietro, non è un investimento. ciò che facciamo oggi certo ci influenza il domani, ma è comununque qualcosa che termina con l’azione, e perchè allora dobbiamo andare a trovare delle giustificazioni nel passato? perchè dobbiamo rinfacciare sempre agli altri ciò che è stato? se io oggi facci un sacrificio, di sicuro non lo devo fare perchè domani, casomai, mi potrà servire. solo che è dura, se non c’è simmetria allora tanto vale sedersi e aspettare.

“..there was a teenage wedding…


aiutare o no?

febbraio 11, 2011

tratta da flcikr.com dall'album di "IainBuchanan"

se non sbagliamo non impareremmo mai nulla. se non sbattiamo la testa non possiamo dire davvero quanto fa male. Alle volte dobbiamo imparare a cavarcela da noi in “certi” nostri problemi. Innanzitutto quelli cosiddetti professionali, ma anche in altro. Ci sono delle situazioni in cui sarebbe bello aiutare, o ricevere un aiuto, ma non si imparerebbe nulla. davvero niente. Invece a forza di fare esperienze, e ogni volta ocrregger qualcosina allora davvero possiamo andare lontano con le nostre braccia. La vera difficoltà è rendersi conto che, magari, in quale momento una buona azione diventa qualcosa di nocivo nel domani. Se io ho sempre parato il culo alle persone, se mi sono sempre preoccupato che loro stessero bene, che nonfaticassero. Domani quelle persone difficilmente sapranno gestire situazioni difficili e di tensione.  C’è un momento per ciascuno.

Se devo fare una gara non la posso fare da solo. se mi devo allenare non posso farlo da autodidatta. prendere correre, gestire il tempo, e magari poi chiedermi quando e dove posso arrivare. Se non si è in due, se non c’è un confronto allora non si va da nessuna parte. Io posso andare veloce, ma se c’è qualcuno che va più veloce di me allora devo ripensare un attimo i miei metri di giudizio. Per vincere, scusate già solo per gareggiare, dobbiamo essere uniti.

La sola verità è che non capiremo mai il mondo attorno a noi. Non capiremo mai gli altri. E, inoltre gli altri non capiranno mai noi. C’è un tipo di persone che filtrano poco pensieri e parole, altri invece che creano barriere. Gli uni e gli altri per difesa. Anche se sembra assurdo ma sia chi manifesta troppo apertamente un sentimento o chi lo reprime al massimo lo fa per autodifesa. La nostra percezione è distorta agli estremi. Vedere troppo o troppo poco finisce per essere davvero la stessa cosa. Invece ciò che è più difficile da cogliere è il sentimento profondo. ciò che ci dice il perchè. quello, se riesci, lo leggi negli occhi. nei tuoi occhi.

“…c’e’ un amore in ogni borsello…”


grossi grumi

settembre 21, 2010

tratta da flickr.com dall'album di "Nicco LaMattina"

il fatto è che certi concetti ci sono innati da sempre, a razionalizzarli rischiamo di perderne la loro natura intrinseca. Sapere è potere. Rendersi conto che fare un sondaggio tra 1000 persone in una città e 1000 in tutta Italia è diverso, spiegalo. Sì, la fisica quantistica è bella, ma se ci metti di mezzo le equazioni sono in pochi quelli che l’apprezzano ancora. Il fatto è propio questo. Categoricizzare un argomento, spezzettarlo, analizzarlo è un enorme strumento, ma per pochi. A parlare a grani linee sono bravi tutti. E, molto spesso, le intuizioni ti vengono stando sul vago, vedendo i pezzi grossolanamente, poi è difficile approfondire, spiegare con rigore e logica. Un conto è sognare, tutt’altro ricordarsi il sogno. tenetelo a mente.

che poi a esserci dentro alle situazioni è sempre l’inferno. Una responsabilità dopo l’altra, un impegno che si aggiunge ad un altro. Ragioni e posizioni. Non poter decidere di non scegliere. Paradosso. Comunque tu faccia, questa è la tua scelta. Di stare in silenzio o di parlare. E’ impossibile non scegliere. Così ti ritrovi ad andare incontro ai problemi che ti eri pronosticato, che ti avevano detto e poi quelli imprevisti e contingenti all’azione stessa. Ti rendi conto che per quanto tu possa programmare una cosa quella si manifesterà in modo inaspettato. Per quanto tu cerchi di fare la curva retta, ci saranno sempre delle imperfezioni.

chissà come sognamo. Alle volte capita che il mondo esterno entri nei tuoi sogni, chi russa, una sveglia, la luce dalle finestre. Così condizioniamo la nostra realtà onirica. Riordinare i pensieri, i ricordi, le emozioni. Ma quello che davvero importa è che noi sognamo sempre. Il problema è che non ce li ricordiamo ogni volta. Però a volte mi spaventa non ricordarli per tanto tempo, rendermi conto che non li ricordo, che non sogno. E’ come se mi mancasse qualcosa. Se sentissi un vuoto. Ed è stupendo quando scopri che parlavi ad alta voce e avevi paura di un teorema, mangiavi o andavi chissà dove. La teoria non c’entra, sognare ti allunga la vita, ti fa vivere di più. E per quanto esistano ancora gli incubi, ti rendi conto che non sono poi tanto peggio della vita vera. Dove, spesso, sei in un incubo, da cui però non puoi uscire.

“…she’s pure as New York snow …”