Tonalità di grigi

giugno 30, 2019
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tratta da flcikr.com dall’album di “sswj”

C’è una canzone dei Blondie – Heart of Glass – che dice “In between what I find is pleasing and I’m feeling fine” ed è una frase meravigliosa, ogni volta che la riascolto mi fa riflettere. Il mondo non è fatto di bianchi e neri, c’è una vasta gamma di scale di grigio.  Spesso abbiamo agito facendo finta che non fosse così, semplificando troppo. E quindi in tante pagine della nostra vita dovremmo sforzarci di ricordare questo, di andare a cercare quel grigio. E’ vero che ridurre il nostro mondo ad una scelta dicotomica, esclusiva – A o non A, senza altre alternative – talvolta semplifica le cose nel breve termine. Ma se pensiamo al domani, allora ci resterà soltanto poco del mondo fuori, delle persone attonro a noi. Ci resterà poco perchè non abbiamo voluto o saputo cercare quella sfumatura di grigio, che non è nero, ma non è nemmeno bianco. Ed e’ proprio quella sfumatura che rende tutto vitale.

I piccoli consigli che ci lasciamo per il futuro. Capita alle volte di riprendere in mano documenti, libri o agende di cose che avevamo fatto un po’ di tempo prima. Capita alle volte di ritrovare un piccolo appunto o un post-it in queste cose. Poche parole, una sigla, un commento che quando lo aveavmo scritto ci sembrava senza senso, una cosa che figurati se dimentichi – e invece te la sei ampiamente scordata -, ora ne abbiamo bisogno e capiamo il perchè ce lo eravamo segnati. Così nel ringraziare il noi di una volta impariamo un po’ di più a fidearci di noi stessi, oggi e domani.

“Mister non saremo mai pronti per il campionato…” “E allora cosa facciamo? Lasciamo perdere tutto?” “Sarà un esordio disastroso, metà di noi non vede un campo da più di tre anni.” “Prima o poi bisogna ritornare in campo, rimandare non serve a nulla. Anzi è peggio” “Diamoci ancora una stagione per preparaci, saremo più all’altezza.” “No, il tempo è prezioso e torna indietro. Sì forse è più comodo apsettare e non avere a che fare con le possibili sconfitte o difficoltà, ma è solo così che cresciamo” “Sarà un’impresa” “Dai dai dai…”

“…Vado avanti tristemente a champagne e bon-bon…”

 

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Fasi di un esame

giugno 16, 2019
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tratta da flickr.com dall’album di “Lutz Koch”

Dopo ormai 6 anni dall’ultimo mio esame – ripensandoci – mi son reso conto che in fondo ho un bel ricordo di tutti gli esami dati. Quelli che ricordo con più affetto sono quelli che mi hanno insegnato qualcosa. Quegli esami per cui, nella vastità del programma che serviva per passarli, qualche piccolo frammento ancora oggi mi aiuta a riflettere meglio, ad avere prospettive migliori. Non è tanto il voto, ma tutto quello che c’era attorno: lo stimolo, la sfida, l’interesse e il divertimento. Ci sono state preparazioni che mi hanno pesato un sacco, altre più leggere. Esami che non vorrei mai ripreparare, altri che potrei ridare oggi. Ma tutti mi hanno messo di fronte a parti di me che nemmeno sapevo esistessero, e tutti mi hanno accompagnato in quel percorso di crescita e maturazione. E questo, oggi, è il mio ricordo di ciò che è stata una pagina della mia vita, che ora è passata…

 

Obiettivi. Solitamente quando si inizia a preparare un esame tutti noi partiamo avendo solo due obiettivi possibili: strappare un 18 o conquistare un 30. Tertium non datur. All’inizio è così, sempre.

La pianificazione del ‘colpo grosso’. Una volta che ci si è chiariti qual è l’obiettivo bisogna capire di quale arsenale si dispone: se abbiamo preso bene gli appunti, se li abbiamo ricopiati e corretti man mano, se abbiamo seguito tutte le lezioni ed esercitazioni, se ci siamo procurati i libri e le dispense, se abbiamo studiato in itinere.
Ecco, solitamente, già a questo punto una voce dentro di noi ci dice – sempre – che non abbiamo mai fatto abbastanza, che avremmo potuto fare di più. Preso il materiale, si controlla che sia completo come quantità; per la qualità non si hanno ancora gli strumenti – solitamente si ha un’idea di cosa si stia trattando, ma nello specifico non sappiamo assolutamente dire se quello che c’è scritto è giusto. Solo più avanti potremo capire – a quel punto penseremo a tutte le lezioni in cui copiavamo qualsiasi cosa ci fosse alla lavagna, qualsiasi – che un sacco di appunti sono incompleti, che ci sono una marea di errori, sviste commenti e passaggi totalmente oscuri.

Tattica e la strategia. Si fa una stima quantitativa delle pagine da fare, si contano i giorni mancanti e poi si fa un rapporto tra i due numeri: si ha così quel maledetto numero-di-pagine-per-giorno. Magari, per precauzione, si incrementa un po’ questo numero così da lasciarsi gli ultimi giorni per il ripassone finale. Ce l’avessimo mai fatta. Illusi: siam sempre finiti all’ultimo, a sforare la scadenza. Anche se misurare un esame in pagine non serve a nulla, è solamente la direzione giusta per non passarlo.

La tragedia dell’inizio. Il primo giorno è sempre una tragedia. Sempre. Deserti sterminati da attraversare si mostrano davanti a noi: un linguaggio nuovo a cui non siamo ancora sufficientemente abiutati che ci fa sentire in un paese straniero di cui capiamo a stento qualche parola della lingua. Una fatica immensa per capire i primi paragrafi. Il primo giorno ci assale sempre un senso di disperazione:  è il pensare che da lì ai prossimi giorni il nostro sforzo dovrà esser di tale intensità, se non di più. Oltretutto del programma di studio giornaliero – se va bene – ne abbiamo fatto una scarsa metà di cui ne abbiamo capito solo una piccola parte. E’ il primo giorno e siamo già in ritardo.

La perfezione come ideale. Poi, qualche giorno dopo che si è iniziato, il meccansimo scatta e incominciamo allora a preparare l’esame con una cura e attenzione maniacale. “Questo, lo guardo benissimo. Deve essere chiaro ogni singolo passaggio e ragionamento, perchè così poi sarà più semplice ripassarlo.”, applicare a tutto il programma questa filosofia ti fa preparare un esame in 6 mesi. Uno, uno solo e nemmeno troppo difficile. Bisogna andare oltre e aver fiducia che alcune cose le capirai in seguito – e altre forse mai. Ovviamente gli esami non  vanno tutti preparati alla stessa maniera: ci sono quelli in cui serve l’approccio preciso “Devo sapere ogni cosa e il perchè, se no tutti-a-casa”, quelli in cui impari l’essenziale “L’idea è quella”, quelli in cui basta poco “Cerchiamo di appiccicarci a memoria qualcosa e speriamo’.

La soglia della metà. Si è arrivati oltre la metà del tempo a disposizione e, solitamente, si è sempre indietro: a circa un terzo del programma. Ecco, questo è un mistero: tra ritardi accumulati e poca pressione alla scadenza ci si trova quasi sempre indietro a metà del tempo stabilito, che sia preparare un esame in 1 quadrimestre, 1 mese, o 5 giorni. E quando ce ne rendiamo conto, solitamente il tempo si ferma per qualche istante – così – per farci sentire più forte e più a lungo la botta. Non ce la faremo mai.

“Quando è il prossimo appello?”. Proprio in questo momento compare il demone dell’arrendevolezza: “Bravo! C’hai provato, ma non ce l’hai fatta. Ci hai messo tutti questi giorni a fare la parte iniziale, che di solito è  la più semplice. Come puoi mettercene di meno a fare tutta quella che resta, che è anche più difficile?” (e volendo c’è anche la variante “…E poi calcola che devi ancora imparare a fare tutti gli esercizi!”). Così inizi a raccontarti che in fondo hai già studiato per la prossima volta, che hai cominciato troppo tardi, che non ti vuoi abbassare la media, che è meglio darlo la prossima volta. Ed è qui che non si deve cedere – mai -, bisogna essere flessibili, ma resistenti: come il bambù. Piegarsi, senza spezzarsi.

La corrosione dell’ansia. Da giorni rieccheggia dentro di te questa frase “Non ce la faremo mai”.  Guardi il programma e realizzi che nel tempo restante – poco solitamente – bisogna fare ancora un sacco di cose! Ci sembra di non aver fatto praticamente nulla fino a quel momento. Almeno nulla di importante. Ed è ora che entra in scena il demone del senso di colpa: “Avessi tenuto questo ritmo fin dall’inzio, avessi studiato giorno per giorno, avessi preso meglio appunti, avessi fatto sempre gli esercizi da una lezione all’altra…”. E il tutto degenera in propositi del tipo “Il prossimo semestre, ogni giorno torno a casa e mi ricopio la lezione che ce l’ho chiara e fresca e sono corte. Nei weekend studio quello fatto durante la settimana e ripasso le cose vecchie. Così do tutti gli esami al primo appello e via…”. Mentre stai pensando a questo, la tua coscienza ti supplica di no  “…ma se quando tornavi a casa durante i corsi avevi a malapena le forze di mangiare e non riuscivi nemmeno a guardare un po’ di televisione. Ti rendi conto che ti stai promettendo di stare teso e concentrato per 5 mesi di fila? Come pensi di fare? Di resistere? Di arrivare in fondo e avere forze per dare un esame? E il resto della tua vita poi?”. E il demone se la ride: “Sentila, ecco perchè non ce la farai mai”. Never give up.

Da soli o in squadra. Ci sono esami che si preparano assieme, altri da solo. Non per tutti gli esami era possibile trovare compagni di viaggio. Serviva quella congiunzione – quasi magica – tra impegni personali, tempo per lo studio, altri esami da preparare, appelli che si vogliono dare, affiatamento e sopportazione reciproca. E non era stare nella stessa stanza a fare lo stesso esame indipendentemente, era proprio diventare un’unica squadra. Capire assieme l’esercizio, il passaggio del teorema, lo script da implementare. Trascinare gli altri ed essere trascinati, alternarsi tra gregari.

Il Blackout burocratico. “Mi sono iscritto all’appello? Che altrimenti non me lo fa dare e domani, mi trovate in prima pagina sui quotidiani nazionali… in cronaca nera e non per meriti accademici!”. In questo delirio di emozioni, rabbia e paure arriva sempre puntuale la domanda:  “Mi sono iscritto all’appello?”. E non te lo ricordi mai, devi sempre andare a controllare online, col brivido di sapere che, se non lo avessi fatto, ora sarebbe troppo tardi – almeno per gli esami dei primi anni.

Le false speranze della rete. Quando non capisci una cosa e stai sbattendo la testa da ore o giorni, scatta la modalità “Proviamo anche con la rete, non si sa mai…”. Ci mettiamo a cercare, ma si trova solo la stessa filastrocca ricopiataincollata – ctrl+c ctrl+v – che, oltrettutto, sembra pure dire una cosa diversa da quello che c’hai scritto tu. Lì poi parte l’incazzatura: – “Ascolta, se volevi visite sulla tua pagina va bene, ma… Perchè copi da Wikipedia cambiando il nome alle variabili, ma non le frasi? Così capisco che hai copiato, ma ho comunque buttato 5 minuti per rendermene conto? Una sola domanda: pPerchè?”. Poi delle volte capita, trovi quelli con la pagina che ti salva la vita: chiara, brillante, geniale e perfetta.

Il periodo d’oro. Ovvero, i 3 giorni in cui potresti imparare qualsiasi cosa: uno stato di grazia. Solitamente questo periodo si ha con esami lunghi e molto complessi  in cui ti sei dovuto adattare a pensare e ragionare in quel mondo che ti era ignoto fino a poco tempo prima. Ti ritrovi 3 giorni prima dell’appello sì, con la sensazione che non ti ricordi nulla di quello che hai fatto fino ad allora, che non sai nulla e che se andassi là faresti la figura del pollo, ma anche con un superpotere: il cervello a spugna. In quei giorni sei in grado di capire molto di più. Macini teoremi, esercizi e passaggi di ragionamenti come fossero strisce di fumetti. Spazi da un argomento all’altro  senza troppi problemi. Sai subito dove cercare le risposte. Esercizi che non ti venivano, iniziano a diventare chiari (o perlomeno si dirada un po’ la nebbia). E’ il momento migliore.  Per quanto tu abbia fatto fino ad allora, quel periodo vale sempre molto di più. Non capita sempre, dura poco e poi svanice.

La disperazione o “non bocciarti tu, fatti bocciare da loro”. Il giorno prima dell’esame scatta sempre quella scintilla autodistruttiva. Quella che ti fa sentire inadeguato. Quella per cui è meglio non giocarla una partita, piuttosto che perderla male. Quella che non è tanto l’essere bocciato, ma quanto l’essere inadeguato: “non ci vado”. Ed è ora che ti torna in mente uno dei più grandi insegnamenti ricevuti: granitico, eterno e fondamentale. “Migliori di più rischiando e giocandotela piuttosto che allenandoti per sempre.”

L’attesa allo scritto. Nell’attesa di inizare un esame ci si imbatte sempre in una fauna molto variegata di tipologie umane. Gente che lo prova per la 6a volta. Gente che “Ho studiato poco/nulla, che ieri avevo un altro esame”, solitamente o vengono bocciati sonoramente o prendono votoni, entrambe le cose con una scioltezza e tranquillità invidiabile. Gente che ha bigliettini ovunque. Gente bianca per l’ansia. Gente con portafortuna in ogni tasca. Gente che ti chiede se hai studiato il terzo paragrafo del quinto capitolo. Gente che rilegge compulsivamente appunti sparsi e disordinati. Gente che non è nemmeno vagamente preoccupata: anche in questo caso o vanno malissimo, o vanno a cannone, e lo sanno. Gente che oddio non me lo ricordo e si mettono a cercare sul libro. Gente in ritardo. E tu sei lì, in attesa di andare in scena.

La tortura dell’elenco. Gli elenchi sono ordinati per data di iscrizione oppure ordine alfabetico: e per un ritardatario col cognome con la R non ci sono alternative migliori. Così, mentre stanno chiamando ad uno ad uno gli iscritti, c’è il demone dell’ansia che dice “Guarda che non ci sei: hai controllato male, non hai schiacciato invio, hai chiuso troppo presto la finestra, il sistema è andato giù proprio mentre ti stavi registrando. Guarda che non ti fa dare l’esame se non ci sei.”. Poi ti chiamano e tiri il primo sospiro di sollievo.

Ritualità. C’è tutta una ritualità una volta entrati in aula. Tattiche militari per la scelta dei posti migliori. Prepararsi penne, matite e fogli di brutta. Intestare il protocollo. Scrivere la matricola. Via, si inizia. Leggi tutti i quesiti e i problemi, e a quel punto hai subito chiaro come andrà questa battaglia: in attacco, sulla difensiva o bandiera bianca.  Per quanto gli scritti durano sempre dalle 2 alle 3 ore ogni esame ha un suo tempo – che cambia anche durante l’esame stesso. Il tempo scorre velocissimo, altre volte ricontrolli l’orologio 6 volte in 5 minuti. Ma tutto poi finisce. Si consegna. E si deve aspettare.

La motivazione nulla prima dell’esito dello scritto. Non sono mai riuscito a mettermi a studiare per un orale prima di sapere il voto dello scritto, addirittura se lo avessi passato o meno. Il tempo è prezioso, cosa studio se nemmeno so se l’ho passato? Vuoto. Poi mi toccava recuperare, ma almeno largamente motivato.

L’attesa prima dell’orale. Sei là, uccideresti quelli che ti chiedono “ma tu la sai questa cosa?!”. Tu è già da 6 ore – il sonno che ti sei concesso, perchè prima di un esame dormi sempre poco – che non ti ricordi nulla ti fai una domnda a te stesso ed è il vuoto pneumatico. Col tempo hai imparato a darti fiducia e sapere che quando sarai là ed inizierai, le cose verranno.

Voci di corridoio. Poi iniziano a circolare voci agghiaccianti. Gente ammessa con 26 e poi bocciata. Gente bocciata per come era vestita. Gente che ha finito l’esame in lacrime. Gente a cui hanno chiesto cose non nel programma. Gente che non sapeva nulla “ho fatto scena muta e m’ha alzato di due punti” – qui mi inalbero sempre, non mi è mai riuscito. Ma lo sai cos’è scena muta per me?! Che manco il tuo nome sai dirgli. E ti pare che mi alza il voto di due punti? Arrivati a questo punto non bisogna farsi distrarre.

Le liste per l’orale.Mettersi d’accordo per l’ordine in cui passare un orale è un’impresa. Quando si è pochi e si finirà in qualche ora non ci sono problemi. Sono gli orali che durano più giorni il disastro. Allora ci si prova organizzare. Gente che tira fuori i più svariati e inverosimili motivi, pretesti o scuse per passare subito. E io, che arrivo sempre sul filo della puntualità – o un pochino in ritardo -, mi sono sempre troavato negli ultimi posti di questa lista. Solo una(UNA) volta questo giochetto di passare un altro giorno mi è servito a studiare quello che non avevo fatto in tempo. Se no era solo una rottura di scatole, un posticipare il tutto, ripassando molto svogliatamente il giorno prima. Ma ormai tutta la tensione è passata.

Un lungo respiro. Ogni orale è a sè, e non dipende da quanto è difficile l’esame, ma da quanto riesci ad essere tu concentrato. Orali che durano 5 minuti, orali che durano 1.30h. Orali in cui sai rispondere a tutto. Orali in cui non sai rispondere, nemmeno da dove cominciare. Orali in cui sai rispondere a domande che non avresti mai detto. Orali in cui cerchi di tirar fuori qualche parola e sperare che tutto assieme, tenga, o almeno non crolli. Orali in cui inizi bene e poi finisci in un vortice di imprecisioni, sviste e risposte sbagliate: ogni parola è un danno. Orali dove ti fanno tutte le domande che ti eri preparato meglio. Orali che vanno a beccare proprio quello che sai di meno.

Il finale. La storia finisce sempre – bene o male dipende, ma finisce. Ci sono delle volte che ce la fai, passi bene l’esame. Altre volte che ti bocciano, ma in fondo lo sapevi. Le peggiori sono le volte in cui il risultato va molto al di sotto di quella che era la tua aspettativa. Molto, che nemmeno te lo immaginavi nel profondo. Molto, che ti fa dubitare di te stesso. Molto, che hai quasi paura a ridare quell’esame. Pazienza ci si rialza, sempre – a volte, solo, ci vuole un po’ più di tempo. Poi ci sono le volte che finisce bene, che hai raggiunto il tuo obiettivo, che hai preso il tuo voto, che “vissero tutti felici e contenti…”, che sei sddisfatto, voltato pagina e pronto a ciò che arriverà dopo. Non ce la faremo mai… ma alla fine ce l’abbiamo sempre fatta!

“…qualcuno vede ancora negli occhi miei quel che gli specchi non rifletton più…”


Rivivere non è ricordare

maggio 30, 2019
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tratta da flickr.com dall’album di “cwywy007”

rivivere non è ricordare. se pensiamo ad alcuni momenti positivi, intensi ed emotivamente carichi della nostra vita – in senso buono – alle volte viene la tentazione di rievocarli, ricostruendoli come a voler ricreare quelle emozioni. verrà solo fuori un fantasma, perchè mentre le cose succedevano noi non avevamo la minimia idea di come sarebbero andate a finire. serendipity. Ed è impossibile ricreare quel senso di ignoto che solo il presente ci riserva. Così quella canzone mentre attraversi la piazza, quella pizza, quella colazione in panetteria, quel libro letto al parco, quel piatto di pasta…nulla potrà mai più tornare. Ci saranno ancora, ma diversi, perchè lo siamo noi. Forse ci resta solo da andare avanti, ricordando e aiutandoci a rileggere il passato con gli occhi e la prospettiva e le esperienze di oggi, per capire meglio noi stessi e cosa vogliamo dal nostro domani.

ci sono periodi in cui tutto funziona bene, in cui ci sentiamo sicuri, felici e soddisfatti. Qualunque cosa ci possa capitare sappiamo reagire in maniera positiva. Ogni cosa che ci viene è come l’avevamo pensata. Siamo inarrestabili. Poi andiamo a dormire il giorno dopo è tutto grigio. Il peso della vita sembra opprimerci, sembra che solo noi non siamo in grado di reggerlo. Proviamo a rifare e ricomportarci come il giorno prima, ma niente… è solo un lento declino verso il peggio. E ne passeranno di giorni prima di rivedere il sole. Così dopo tanti anni ho imparato a far tesoro di questi momenti positivi, non tanto per rafforzarmi di più – il rischio fancedo così è che quando si cade si fa ancora più fatica a rialzarsi perchè la botta della caduta è ancora più forte – , ma più che altro pensando a cosa andava male e poi è andato bene, da dove ho cominciato a rialzarmi. Fiducia.

“vedendo le squadre che ci sono nel girone e il calendario che ci aspetta non ho idea di come possiamo farcela…” “proprio zero?” “no, no. ce la faremo. E’ solo che prima di inizare tutto sembra difficile, se non impossibile” “vabbè, ma con che risultati” “Dici che non ci possiamo nemmeno permettere di rischiare di cadere?” “Non lo so… è delicata la situazione” “Lo è sempre. Ma se lo tieni bene a mente la vita non finisce per qualcosa che ci capita o non ci riesce. Fino ad allora – Certo – puoi fallire o meno, ma almeno ci hai provato” “Non bocciarti tu prima, lascia che lo facciano i professori…”

“…Eccoci qua noi suoniamo e voi state di là…”

 


Il tempo dei nostri obiettivi

aprile 30, 2019
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tratta da flcikr.com dall’album di “Piero Silvestri”

Ci sono dei giorni che sembrano non finire mai, eterni nel loro supplizio o per la loro bellezza. Poi ci sono i giorni in cui tutto va veloce, pomeriggi che durano un istante: quando le cose precipitano o quando sono meravigliose. Poi c’è il ricordo, la memoria, che non credo sia rivivere, ma rievocare, rinarrare. In fondo il tempo scorre alla stessa maniera, siamo noi che lo percepiamo diverso in base alla densità di ciò che ci accade.

Gli obiettivi e i loro orizzonti: breve, medio e lungo termine, – un po’ per semplificare. E’ complicato gestirli tutti e tre. Avere un solo obiettivo a lungo termine è pericoloso: non ci chiediamo nulla fino alla fine e il rischio è che le cose diventino irreversibili. Avere obeittivi solo a medio termine ci fa vivacchiare, anche se difficili da raggiungere possono funzionare, ma resta il vuoto di un progetto più grande, di un mosaico in cui inserirli. Ragionare solo sul breve termine, invece, sembra la soluzione più facile: gli obiettivi sono chiari, e non ci sono conflitti. Però saremo lasciati in balia dell’oggi senza ieri e senza domani: una vita senza memoria e senza speranza, che alla lunga ci svuoterà. Forse la soluzione, sta nell’equilibrio tra i tre, nel costruire il futuro, col domani a partire dall’oggi.

“Le cose forse stanno ingrandando?” “Non lo so, vedo ancora qualche punto di debolezza, ma… ” “se pensi a come eravamo qualche mese fa…” “Appunto, c’è ora una coscienza di gruppo, che può portarci lontano, o almeno sa che esista una qualche maniera in cui è possibile.” “si ricorda cosa ci avevano detto la prima sconfitta?” “provaci ancora…”

“…io sono quello che aveva il Mocambo, un piccolo bar…”


Cadi e poi ricadi

marzo 31, 2019
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tratta da flickr.com dall’album di “Hamish Irvine”

quando cadi e poi ricadi. Ci sono dei momenti nel lungo cammino della vita in cui cadiamo – forse facciamo fatica anche a rendercene conto – e poi arriva il momento in cui decidiamo di ripartire, rialzarci. Ecco le storie non vanno sempre così lisce, alle volte, anche con tutti i buoni propositi ricadiamo, forse peggio di prima. In realtà nel brevissimo tempo riusciamo a migliorare, cambiare verso il meglio ciò che andava storto, poi però quasi all’improvviso ci ritroviamo in una situazione ancora peggiore di quella in cui eravamo prima, di nuovo senza rendercene conto. Così ci sembra di aver buttato via tutti i nostri sforzi, che nulla è possibile. La maggior parte delle volte è solo che non abbiamo costruito delle solide basi, delle protezioni degli appiggli a cui aggrapparci. Di fretta. Adagio.

C’è una strada piena di nebbia e per quanto mi sforzo di non aver paura, non la voglio attraversare. Come è difficile scegliere quando si hanno altre scelte. Forse ora non è il momento, ma  ci dobbiamo preparare per quel cammino, prima o poi toccherà intraprenderlo.

“ti ricordi cosa è successo lo scorso allenamento?” “Sembrava fosse nata una squadra, qualcosa oltre l’avere altri compagni in campo nello stesso momento” “Già… è solo da lì che possiamo partire.” “Come hai fatto?” “Ho dato loro tempo per conoscersi, capirsi e sopportarsi…” “Ci vuole pazienza”

“…There’s nothing left, all gone and run away…”


Scelte consapevoli

febbraio 13, 2019
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tratta da flickr.com dall’album di “Peter Gawthrop”

una scelta vuol dire lasciare indietro qualcosa. essere consapevoli di quello che non sarà è fondamentale. Prima di tutto ci fa capire meglio dove stiamo andando e poi ci aiuta meglio a definire chi siamo. Per le scelte importanti indietro non si può tornare, al massimo con molta fatica si possono sbiadire gli effetti, ma la reversibilità totale non esite. Così ogni tanto dobbiamo fare un esercizio e pensare cosa sarebbe la nostra vita se avessimo scelto diversamente. Vedere la nostra vita da un’altra prospettiva è un’ottima idea per chiarire chi siamo, e chi siamo diventati. Per essere felici.

Ci sono dei romanzi che faccio fatica a leggere: troppo caotici o troppo descrittivi. Non che siano brutti libri, è che non sono il mio genere. Ci metto un sacco a finirli e dopo qualche anno nemmeno mi ricordo cosa raccontavano, pur sapendo di averli letti. Invece ci sono libri che sono dei fulmini, mi prendono dalle prime pagine. Sono catapultato in quella realtà e riesco a vedere personaggi e luoghi oltre le parole del libro. Ricordo storie, passaggi e frasi. Mi lasciano qualcosa. Una storia e un’idea.

“Bene la squadra siete voi…” Ci fu un attimo di silenzio in cui tutti si guardarono, anche se alcuni si conoscevano già era una prima volta assieme. “Non sarà facile… Grazie che avete deciso di credere in questa idea…” Il silenzio nelle pause del discorso era rotto dai respiri profondi e dalla pioggia. “Nel momento più buio di questa squadra abbiamo deciso di ricominciare. Non sono il migliore, ma ho ancora qualcosa da dire. Abbiamo tutti da dimostrare qualcosa sul campo. Non diamoci per sconfitti prima ancora di esser scesi in campo. La prima partita di campionato è tra un mese…” “daje mister…” “daje tutti!”

“…lasciaci tornare ai nostri temporali…”

 


Progetti e pazienza

gennaio 30, 2019
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tratta da flickr.com dall’album di “Forgemind ArchiMedia”

Il disegno preparatorio, o l’arte per realizzare idee.  Alle volte ci dimentichiamo – o non riuciamo proprio ad immaginare – tutto il lavoro che ci sta dal concepimento di un’idea alla sua realizzazione: che sia un’opera artistica o meno. Poi capitano delle occasioni in cui possiamo ammirare con più attenzione vari passaggi e studi preparatori a quella che è l’opera finale. Schemi, bozzetti, linee di costruzione, prove e appunti. Ed è affascinante poter vedere come un’idea si sviluppa ed evolve fino a realizzarsi. Tanto meno conosciamo l’ambito tanto più ci viene da pensare che in fondo il progetto importa poco, si interpreta, conta solo la realizzazione. Ma un progetto ci vuole sempre, non fosse per quella schematizzazione che è in grado di trasferire le idee.

Quando le montagne sono troppo alte. Quando non si vede la fine. Quando la corsa è appena iniziata e già ci sentiamo affaticati. Quando non sappiamo da dove iniziare. Quando sentiamo solo le paure. Quando il mondo attorno a noi sembra andare troppo veloce. Quando ci sentiamo senza un futuro, ma costretti al domani. Un punto da cui reagire, è guardare dietro di noi la strada che abbiamo fatto, come siamo cambiati e cresciuti. Com’eravamo anni prima. E allora vedremo tutto quello che abbiamo imparato e ci renderemo conto che oggi come allora pensavamo che non ce la faremo mai.. Ma alla fine ce l’abbiamo sempre fatta.

“Mister, con questi nomi non saremo mai competitivi. Ne è sicuro?” “Assolutamente!” “Perchè? Cosa c’è che io non riesco a vedere?” “La squadra, l’insieme. A questi livelli non vinco avendo il migliore, vinco avendo la squadra migliore” “Prima che tutti questi imparino a giocare assieme perderemo tantissime partite” “Una marea, già lo so. Ma è stato così anche per noi, ricordi? Serve solo tempo, pazienza e prospettiva… Basta solo seminare bene” “Da quale iniziamo?” “Da lui, chiamalo…”

“…Mi avrai verde milonga inquieta che mi strappi un sorriso…”