insegnamenti nelle pagine

dicembre 13, 2014

tratta da flcikr.com dall’album di ” Lorenzoclick”

avevo iniziato quel libro un sacco di volte. forse dal terzo anno di università. nel corso degli anni l’avevo riletto spesso – almeno dieci volte, era breve, una quarantina di pagine. ogni volta c’era un dettaglio diverso che mi colpiva. non so come fosse possibile, ma riuscivo sempre a trovare una lettura per quel periodo, un riferimento o un’insegnamento. come fosse possibile, non lo so. una storia semplice.

delle volte mi faccio prendere da quella sensazione di guardare troppo in là nel futuro. dove sarò? cosa starò facendo? e chi sarò? ecco, quando casco in queste domande spesso rischio di distruggermi, rendermi conto che gli obettivi di adesso sono ridicoli, fragili. mi sento senza una via. il problema è che vedo tutti che sanno dove vogliono andare. io no. e forse nemmeno loro, ma non lo diamo a vedere.

‘capitano, se lo ricorda l’ungherese?’ ‘sì, me lo ricordo. era enorme, credo sia il giocatore più fisico che abbia mai incontrato.’ ‘però alla fine l’avevate battuto?’ ‘nella partita della vita. dopo tanti anni penso che non ho mai corso così tanto. tutti a difendere, tutti ad attaccare. solo velocità. solo resistenza.’ ‘non prendeste nemmeno un gol e ne faceste uno a fine primo tempo e uno a fine secondo tempo.’ ‘già. era la nostra sola possibilità di giocarci quella finale, credo non sarebbe mai più accaduto’ ‘come la Grecia.’ ‘come la Grecia’

“…stava lì col suo sorriso…”


in lingua originale

febbraio 24, 2013

ci sono delle volte in cui inciampo in qualche particolare battuta di film che conosco da tanto, o libri che ho letto molto appassionatamente e talvolta riletto,  in cui mi chiedo sempre ma com’era la battuta originale. chiamatemi Ismaele, call me Ismahel. Spesso cambia il suono, cambiano le parole cambia l’emozione che c’è ti fa arrovellare dentro o che ti colpisce. The Catcher in the Rye. Il giovane Holden. Così vai perdi un attimo di tempo e ti arricchisci un po’, capendo che talvolta la bellezza di una frase dipende più dalla sua forma che dal suo contenuto.

che sapore ti ricorda quella focaccia? qualche anno fa, passando da quella panetteria ne presi un pezzo. e come spesso accade poi andai avanti, ma senza fretta, senza troppi pensieri. nel mentre mangiavo, a piccoli morsi, ecco quell’odore quel profumo e quel sapore mi sono rimasti per un po’ in mente, ci sono tornato altre votle era sulla strada dell’università, ma quella volta fu speciale, quel sapore non tornerà mai. credo.

la sola cosa che restava da fare era scendere in campo e giocare anche questa partita, sapendo benissimo che sarebbe stato diverso, sapendo che avresti voluto che fosse tutto più semplice. ma la vita non è mai lineare ed è meglio evitare le strade più facili perchè non portano mai da nessuna parte.

“…fai come ti pare…”


cercare la voglia

agosto 19, 2012

tratta da flickr.com dall’album di “bandini’s.on.fire”

scegliere non è per tutti. quale strada intraprendere è sempre una dura decisione; delle volte ti capitano stradine che ti portano poco lontano, ma ci sono altre volte in cui è difficile se non impossibile tornare indietro. tutte le scelte sul nostro futuro, tutte le grandi decisioni della nostra vita. e torniamo ad un paradosso della scelta, scegliere di non avere un’opionione è una scelta: se ad un bivio mi fermo il tempo di sicuro non mi aspetta e forse quelle vie che potevo percorrere piano piano si chiudono l’una dopo l’altra. di una sola cosa sono sicuro, che tutte le strade ci portano avanti, all’ultimo traguardo, quando là sì che saremo dei grandi vincitori.

tendo ad essere poco produttivo quando fa troppo caldo o troppo freddo, ci vogliono le mezze stagioni. la verità per ora penso che sia che non mi sono ancora convinto a voler lottare sul serio, come se puntassi semplicemente a gareggiare, senza nemmeno volermi piazzare. come a dire che è più facile non confrontarsi, preparsi male e poi ovviamente andare male. non è la quantità che conta, ma la qualità della quantità. ‘capitano che si fa?’

c’è un tempo per tutto, precorrere troppo i tempi rischia di bruciare la nostra percezione. fareste mai leggere il ‘Don Chiscotte della Mancia’ ad un 13enne? se anche ce la facesse tante di quelle citazione andrebbero perse. molto spesso mi rinterrogo su quanto mi sia perso da certi classici letti quando, forse, non ero ancora pronto. il grande problema è che poi tutto questo scompare e preferiamo abbandonarci alla non lettura. sono comunque pochi i libri che ho avuto la forza di rileggere, non a ricominciare dopo averli abbandonati, e provare a ricapire. uno su tutti: ‘il Giovane Holden’.

“…The smile on your face  let’s me know that you need me…”


ore che non passano

agosto 7, 2011

tratta da flickr.com dall'album di "SamueleGhilardi"

ci sono dei libri che non avrei mai letto se non fossi stato obbligato. ci sono dei libri che non avrei mai avuto il coraggio di prendere in mano. ‘la coscienza di Zeno’, ‘Madame Bovary’ tra i vari. loro sono giganti e io un nano. se ci penso sopra mi tornano in mente i momenti in cui li leggevo, tempi andati. però alla fine grazie – pausa – se ci penso ognuno di questi classici mi ha lasciato qualcosa. forse è per loro che mi capita più spesso di preferire un classico ad un contemporaneo. loro sono eterni.

quante ore mancano? siamo soltanto sicuri che prima o poi passerà. anche l’estate. che si porterà via ogni singolo giorno di vacanza, che aspetterà un anno prima di tornare. lo sappiamo, anche l’estate finirà. come tutto. alle volte mi fa paura pensare alla fine, ho paura a pensare a quale sarà l’ultimo momento. i finali aperti e improvvisi non li reggiamo perchè non ci piace che la fine arrivi senza che ce lo aspettiamo, vogliamo sapere. già, ma non possiamo. ed è meglio così.

ci sono dei pomeriggi che non hanno odore. ci sono delle giornate che passano perchè devono. sembra che tutto ti stia scivolando addosso. allora cerchi di far di tutto per farlo passare il tempo. provi a leggere, provi ad ascoltare la musica, speri in un bel film alla televisione. ma non basta. ci sono dei giorni che sono più lenti di altri, che il tempo non passa e che ti senti quell’impeto addosso che ti fa credere di non dover stare fermo. oggi è domenica. tranquillo, domani è lunedì.

“…si laudato per Frate Vento aria, nuvole e maltempo…”

 


Sulla strada

gennaio 14, 2011

ho appena finito di leggere “Sulla strada” di Jack Kerouac. E’ stato un viaggio davvero bello, ve lo consiglio.

La trama non è fondamentale, non è quello il nucleo centrale della narrazione. Ciò che davvero lascia senza parole sono le diverse realtà che si incontrano. Spesso la gente dice che ama viaggiare e conoscere diverse culutre, poi però va a mangiare la pasta all’estero. Ecco. Il concetto chiave del libro è che non ti inegna come viaggiare e come sentirti libero. Te lo racconta, che è ben diverso.

Questi giovani che vengono ritratti in viaggio, sempre in cerca di qualcosa di nuovo, di irraggiungibile, che nemmeno loro sanno cosa. E’ sì il ritratto della Beat Generation, ma è pure il ritratto di tanti di noi. Un non sentirsi mai arrivati e soddisfatti. Un voler sempre provare emozioni forti. Capire che la routine non è vita per noi. Che il viaggio è ciò che conta. Che scorrazzare liberi su macchine masticando asfalto. Vedendo città lontante e sconosciute. Essere inquieti. Pensare che se domani il mondo finisce non ho vissuto appieno, e rendersi poi conto che questa voglia di vivere e sentirsi vivi deve poi cessare.

Il ritratto che fa dell’america di fine anni ’40 è a dir poco stupendo. Realistico, fotografico. Con un solo criterio, che trasmetta emozione. La poetica è quella, che tu possa sentirti seduto in quella macchina. A respirare quell’aria, a vedere quei luoghi. A sentirti anche tu continuamente precario, senza meta ma con tutto il mondo davanti. Non avere vincoli.

La sequenza più bella di tutto il libro è quando, in viaggio in Messico, si trovano immersi nella natura. A vedere alberi, cieli stellati e tramonti mozzafiato. Eccoli. Arrivati al culmine di quel loro viaggio emozionale, ma volendo ripartire.

Concludendo, ho trovato tantissime analogie con i giovani di oggi. Con certi discorsi che sentiamo. Con certe realtà con cui sono a contatto. Il fatto è che pur essendo passati sessant’anni, l’inquietudine che ci sentiamo dentro è sempre la stessa. E non cesserà mai, se non viaggiando, se non sentendoci su un filo. Il problema è che il tempo passa e prima o poi bisogna rendersi conto che non si può sempre viaggiare come si faceva in passato, bisogna cambiare. e fa paura.


onde e prospettive

gennaio 3, 2011

oggi ho avuto tempo di mangiare più presto del solito. così mi sono subito i programmi del mezzogiorno. una tragedia. sinceramente spaziare da “la prova del cuoco” a telefilm infimi passando per “i fatti vostri”. chissà, sarò l’unico che pensa che davvero la radio sia l’unica valdia alternativa che non sia il pc. perchè alla fine internet si può avere, ma starsene in cucina a guardare o a non sentirsi soli va fatto anche in atlra maniera, più semplice, più passiva.

la fregatura è semplicemente dovuta alla prospettiva da cui vediamo gli eventi. il fatto è che alle volte aspettiamo un lettera dove si imbucano le lettere, non daventi alla casella postale. è questo il problema ci aspettiamo un’azione da una fonte che non è la sua. e allora rimaniamo delusi, restiamo insoddisfatti. solo che è difficile allonanarsi dalla scena e fare un riepilogo per capire cosa davvero succede. solitudine, aiuta!

sedersi a leggere non è mai una perdita di tempo, più che altro un investimento che mai avrà il suo tornaconto. è paradossale ma più leggiamo, più ci arricchiamo. ma è qualcosa di effimero e più profondo della conoscenza tecnica. non è come leggere un manuale, o un libro di barzellette. così ci rendiamo conto di quanto la letteratura ci arricchisca, ma tempo dopo, quando tutto inizia a prendere una forma, e forse ormai è troppo tardi.

“… resiste fermo e non si muove…”


Su con la vita, Charlie Brown

dicembre 22, 2010

Ho appena finito di leggere “Su con la vita, Charlie Brown – Come affrontare i problemi di ogni giorno con l’aiuto dei Peanuts” di Abraham J. Twereski.  Non è un romanzo nè un album di fumetti. E’ un saggio su piccoli consigli pratici per la vita di tutti i giorni. L’idea buona dell’autore è quella di affrontare grosse tematiche (amore, senso di colpa, responsabilità, autosima…) tramite riflessioni sue personali e vignette scete dei Peanuts.

Lui è uno psichiatra, non è quindi l’ulitmo arrivato, ciò che dice può sembrare terribilmente banale, come d’altrone lo sono i Peanuts, salvo che non ci fermiamo un attimo, e scaviamo più a fondo. Qualcosa di vero e di utile ci sarà. L’idea vincente del libro è tirare fuori le idee come noccioline, peanuts. Si può leggere a pezzi, la concentrazione è minima, lo puoi fare sul tram in piedi pigiato. E soprattutto è un libro che comunuq ti può sempre parlare.

Leggendolo mi sono reso conto di come in realtà alcuni problemi che espone sono propriamente miei, mi hanno davvero colpito i casi reali che espone (senza fare nomi certo!), perchè sono vivi, sono comuni, hanno quell’irrazionalità tipica dell’uomo, ci fa sentire le sue idee e i suoi consigli ancora più vicino. Se non volete comprarlo, fatevelo imprestare, non vi ruba assolutamente tempo, riempe quei piccoli buchi di nulla e vi lascia anche qualcosina, qualche…nocciolina.