in lingua originale

febbraio 24, 2013

ci sono delle volte in cui inciampo in qualche particolare battuta di film che conosco da tanto, o libri che ho letto molto appassionatamente e talvolta riletto,  in cui mi chiedo sempre ma com’era la battuta originale. chiamatemi Ismaele, call me Ismahel. Spesso cambia il suono, cambiano le parole cambia l’emozione che c’è ti fa arrovellare dentro o che ti colpisce. The Catcher in the Rye. Il giovane Holden. Così vai perdi un attimo di tempo e ti arricchisci un po’, capendo che talvolta la bellezza di una frase dipende più dalla sua forma che dal suo contenuto.

che sapore ti ricorda quella focaccia? qualche anno fa, passando da quella panetteria ne presi un pezzo. e come spesso accade poi andai avanti, ma senza fretta, senza troppi pensieri. nel mentre mangiavo, a piccoli morsi, ecco quell’odore quel profumo e quel sapore mi sono rimasti per un po’ in mente, ci sono tornato altre votle era sulla strada dell’università, ma quella volta fu speciale, quel sapore non tornerà mai. credo.

la sola cosa che restava da fare era scendere in campo e giocare anche questa partita, sapendo benissimo che sarebbe stato diverso, sapendo che avresti voluto che fosse tutto più semplice. ma la vita non è mai lineare ed è meglio evitare le strade più facili perchè non portano mai da nessuna parte.

“…fai come ti pare…”

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godersi un momento

agosto 1, 2011

tratta da flickr.com dall'album di "paolobalestra"

è un po’ che non scrivo. sono successe tante cose che mi hanno tenuto lontano, fisicamente ed emotivamente. arriverà il giorno in cui le avrò assimilate e traspariranno chiare e limpide.

siamo vittime del nostro passato. passiamo le giornate a provare a capirlo per poter agire bene oggi. quante occasioni perdiamo così? vogliamo sempre quello che non possiamo avere. mentre prepari gli esami vuoi solo un giorno di vacanza, ma appena finisce tutto ti ritrovi in silenzio a capire che poi non è così diverso. preferiamo il passato perchè lo conosciamo. preferiamo sapere quali battaglie dobbiamo combattere, preferiamo sapere chi è il nostro nemico. oggi no. oggi non possiamo.

gustarsi un film da solo capita poche volte, almeno a me. O sono di fretta o sono costretto a guardarlo a pezzi. prendermi una serata e vedermi ‘Jackie Brown’ era qualcosa che non mi capitava da tempo. E’ un momento che ho aspettato per tutto l’anno, posticipandolo sempre e rischiano poi di farlo passare. Ci sono dei momenti che ti vuoi gustare, che riesci a tenerti buoni e che, nonostante le tue aspettative, non ti deludono.

La grande idea ce l’hai poche volte nella tua vita. La grande idea ti arriva da lassù e non necessariamente è qualcosa di strabiliante, semplicemente ti fa cambiare ottica. La grande idea è lontana, ma presto ci arriverai, la devi raggiungere. Il problema è che nessuno di noi sa di cercarla o sa cosa cercare. E’ come una grossa caccia al tesoro, sai che c’è un tesoro, ma non hai indizi, solo brevi tracce e ostacoli da superare.

“…L’utopia è rimasta la gente è cambiata, la risposta ora è più complicata…”


Hereafter

gennaio 16, 2011

ieri sono andato a vedere “hereafter”, l’ultimo di Clint Eastwood. Clint rimane Clint. il film inizia male, la sequenza dell tsunami non mi convince, ma poi la tematica si sviluppa su queste tre storie e ti prende. alla fine non patisci la lunghezza, qualche parte poteva essere accorciata, ma non ci si dice mai che è inutile. ben tarato.

le tre storie sono talmente assurde e irreali che mettono subito la premessa per non avere la pretesa di essere reali. ciò che importa è quello che portano in sè, il messaggio. trattare di un tema coì delicato e assolutamente intagnibile era un azzardo, e il bello è che non si è voluta dare una risposta, univoca. il tema è stato toccato con delicatezza, colpendo in maniera forte tutti i profesisonisti che si spacciano per essere in grado di farlo. Matt Damon resta un grande attore, la sua freddezza e la sua bravura interpretativa sono davvero un di più al film.

ripensandoci oggi, le tre cose che mi sono più rimaste sono tre dettagli, tre particolari. Le mani. Il primo contatto che  si instaura, com’è delicato e quanto è importante. La scena in cucina da bendati. Così semplice e così stupenda, curata in ogni particolare e emozionalmente molto toccante. per poi chiudere con la scna più bella. L’audiolibro. Già, a sentire Dickens, e non chiunque. E scegliere un londinese era facile, ma perchè propiro lui. perchè addormentartici sopra. ecco, Dikens era come se ci parlasse, fosse in quella storia. Per poi fare la sua comparsa di sfuggita nel quadro, “il sogno di Dickens”, andarsene e lasciare un regalo, un poster e un incontro.


la banda dei babbi natale

dicembre 27, 2010

Ieri sono andato al cinema a vedere il film “La banda dei babbi natale”, mah. Aldo Giovanni e Giacomo tornano al cinema dopo “il cosmo sul comò”. Sinceramente non sono uscito di sala entusiasta del film, certo non mi è dispiaciuto e qualche risata me l’ha fatta fare, però…

1. La narrazione è troppo a singhiozzo, troppa alternanza dei flashback narrativi. Inoltre la storia è molto povera, nel senso che le tre storie dei protagonisti si intrecciano sfiorandosi appena(non come in “così è la vita”).  E inoltre risultano essere caratterizzati in maniera grossolana, troppo caricaturali. Ok, ci può stare che si voglia fare apposta, ma ciò non toglie la critica.

2. effetti speciali, per quel poco orribili. la neve è oscena, davi ad un bambino il programma per farla e te la faceva meglio.

3. si salva il Cast, grandi attori e buona recitazione. Il made in Italy doc. è sempre piacevole. Una delle poche note positive.

4. musiche, dopo gli esordi la qualità musicale dei film è calata in maniera vertiginosa, basti pensare a “tre uomini e una gamba”, a “chiedimi se sono felice” e “così è la vita”. Capolavori dal punto di vista di musica, sempre italiana e soprattutto di qualità.

5. i picchi drammatici sono ridotti all’osso, ad un’unica scena. Che comunque fa un po’ sognare qualcuno.

Concludendo penso che Aldo Giovanni e Giacomo siano validi artisti, e dei buoni comici. Non sempre le due cose messe assieme funzionano. Quando non sei nessuno cerchi di stupire, il rischio di sedersi c’è. L’impostazione a singole gag è vincente, ciò che però fa la differenza è come si possano cucire tra di loro, più la narrazione è fluente e scorrevole, meno lo spettatore noterà l’intervallo tra l’una e l’altra. Il che non vuol dire una risata lunga 1 ora, ma semplicemente che la gag sia contestualizzata talmente bene nella scena e nel personaggio che pare quasi naturale che lui si comporti così.

Il più grande punto a favore rimane, su tutti, l’assoluta mancanza di volgarità idiota, non come altri film del periodo. Non ci sono doppi sensi o sederi in mostra. Puntare su Angela Finocchiaro e non su Belen Rodriguez di sicuro screma certo pubblico già alle casse. Per fortuna.


buon Natale

dicembre 25, 2010

tratta da flickr.com dall'album di "Ben Millett "

questa sera su rai 2 trasmettevano il film della Pixar, Ratatouille. Dopo Wall-e, trovo che sia il più poetico dei lungometraggi disney-pixar. Come raramente accade ho potuto davvero gustarmelo, seduto sul divano, rilassato senza troppa fretta.  Così dopo che lo hai già visto, rivisto e commentato, rivederlo con tranquillità ti lascia tutto il gusto di quando da bambino ti raccontano le fiabe: sai già come vanno a finire, ma ti piace ascoltarle.

Ogni volta che vedo Ratatouille mi colpisce molto il discorso di Ego, la parte che più mi affascina è

“Chiunque può cucinare!”, ma ora, soltanto ora, comprendo appieno ciò che egli intendesse dire: non tutti possono diventare dei grandi artisti, ma un grande artista può celarsi in chiunque.

Così poi penso alla mia vita, a tutti i giorni. E vedo che questo insegnamento così elementare troppo spesso ce lo dimentichiamo. Facciamo associazioni di idee frettolose. E non ci stacchiamo mai di dosso quell’idea che il mondo ha comunque una sua forma, e come tale va rispettata. Remì è un topo, è ciò che di più lontano c’è dall’alta cucina, ma nulla vieta che lui ne possa sapere. Alle volte i tesori si trovano nell’unico posto in cui mai cercheremmo.

Alle volte educarci a qualcosa di alto e ricercato è difficile, ci vuole costanza, passione e determinazione. Lasciarsi scoraggiati a vedere gli altri che ce la fanno e noi no è frustrante. Il fatto è solo che dobbiamo capire chi siamo noi, per cosa siamo più portati e farcela. Ego ci spiega davvero l’anima di quella semplice frase, che più spesso di dovremmo sentire dire. E non è che tutti possiamo fare tutto, è un falso mito l’opposto. Ci illudono e poi. Invece la verità è che qualsiasi cosa può essere fatta da chiunque di noi, ed è diverso.

“…Natale allo zenzero, presepe allo zenzero, tanti auguroni allo zenzero…”


sospiro

ottobre 17, 2010

tratta da flickr.com dall'album di "camil tulca"

Patch Adams. un uomo. un film. un ricordo. non so come mi sia tornato alla mente. poi mi fermo, e camminando avvolto dal freddo di questi giorni lo capisco. il film, l’inzio. sono 16′ geniali, fantastici. La chiave di tutto è questa: “ho trovato la diritta via, ma nel posto più improbabile”.  Ecco, è quello che avevo in mente. Nel posto più improbabile. Pensavo di essere caduto in un abisso, e invece no. Il fatto è che non sai come e quando ti riesci a rendere conto di dove sei. Ma alle volte dove meno te lo aspetti puoi trovare l’informazione che nemmeno sapevi di cercare, che ti servisse. Ma ora hai tutta un’altra prospettiva.

Alle volte penso che la vita sia come un film. Già ma la mia non è la vita dei protagonisti, la mia al massimo può essere la vita di un comparsa. già perchè ci avete mai fatto caso alle comparse. ai figuranti. a chi c’è e dice anche solo una battuta, a chi entra nel bar, mentre tutti sono seduti a mangiara la loro colazione con la loro valigetta, ed entra c’è uno che pure lui mangia, ma non è importante, non è nessuno. sono io. siamo noi.

Alla fine penso che sia una questione di resistenza. e una fottuta maratona che stai correndo da quando ti hanno regalato le scarpe. Altro che batterie dei 100 m. qua si corre. Qui si corre secco. E non c’è spazio per i se e i ma. Si corre punto e basta, senza però capire dove andiamo. E’ come un gioco di strategia, hai delle limitazioni. Che senso essere sotto, alle strette e calare le tue quattro carte migliori!? tientele per dopo. il fatto è che alle votle perdiamo la visione globale di della vita su noi stessi. Proviamo a farlo il giochino, raccontiamoci la nostra vita. che ne pensiamo ora!?

“…ogni volta che mi tocca di venire, mi prendi allo stomaco, mi fai morire…”


paralisi e visioni

maggio 27, 2009
tratta da flickr.com dallalbum di confusedvision photostream

tratta da flickr.com dall'album di "confusedvision photostream"

che sia stato il sole basso o l’aria fresca, ma oggi avevo voglia di girare, di viaggiare, di sentirmi leggero… poi basta! nulla di più! semplicità. Quella di tutti i giorni. Penso che stiamo dimenticando ad apprezzare i piccoli gesti e ce ne mervigliamo quando ci capitano, non senza all’inizio lamentarci… ci riportano alle vere urgenze, ai veri problemi, alla nostra vita! Poi ci ritorviamo come in un film d’avventura a dover cercare di salvare tutto all’ultimo, per diventare Bruce Willis in Armageddon, o Tom Cruise in Top Gun. No! non so regia e anno… ma l‘idea è quella!!!

poi ti accorgi che la tua visione del mondo era diversa. Che alla fine non è importante come gli altri ti vedano, o ancora peggio come tu pensi che gli altri ti vedano. Ma come tu  sai di essere. Qualcuno oggi mi ha fatto riflettere su come sia davvero importante lasciar essere se stessi, senza troppe aspettative, perchè chi ci vuole bene, davvero, non guarda a quello! ma a noi! difficile da credere, forse si.. ma ripensandoci è terribilmente vero nella mia vita.

c’è l’idea, c’è il sogno, ma poi manca la realizzazione… e siamo soli ad aspettare, anche tutta la vita, anche i dieci anni di quel film, ma ci siamo. E allora? non ci sono risposte in mezzo, forse qualche spiraglio o crepa, punti di vista! ma siamo solo là, fermi e immobili. Col tempo che ci passa davanti. Come se t utti noi avessimo delle paralisi, quelle di cui parlava Joyce. e piano piano riusciamo a superarle, sperando che non siano intrinseche in noi…

“…sognavo anch’io ma erano sogni dispersivi…”