Idee e colori per rialzarsi

luglio 29, 2018
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tratta da flcirk.com dall’album di “Federico Palucci”

quando nel film “La Haine” Huber dice che “il problema non è la caduta, ma l’atterraggio”, riassume un concetto molto sottile, ma tremendamente importante. L’istante in cui cadiamo dura davvero poco, quello che ci resta sono le conseguenze: le botte, i lividi e a volte molto peggio. Il fatto è che per quanto noi cerchiamo di non sporgerci, di non correre rischi a volte le cadute non dipendono da noi, ma da ciò che ci circonda. Allora sarà avvantaggiato chi in qualche maniera si è abituato a cadere, chi ha sviluppato i riflessi per attuttire la caduta. Nessuno in fondo se lo augura, ma casomai dovessimo cadere ci sarà quindi di aiuto la memoria di quelle volte che è già capitato: quanto male fa, in quanto passa e come rialzarsi senza avere paura o terrore di cadere di nuovo.

Concretizzare un’idea è complicato. Il primo problema è che le idee non nascono dal nulla, si sviluppano e crescono e perciò bisogna avere pazienza e saperle nutrire. Passare una giornata intera a farsi venire idee è la più grande perdita di tempo che possiamo immaginare: dobbiamo prima di tutto fare. Ed è nel fare che ci vengono idee: vedere con una prospettiva nuova le cose che sono vecchie. Le idee però sono delle scintille, dei germogli: non basta un buon seme per farle crescere, ci vuole anche un terreno attorno che le sostenga, e l’esperienza di chi le coltiva. Le idee hanno un costo, di tempo e di energie per svilupparle. Le idee sono anche un rischio, possano fallire. Così tante volte ci ritroviamo con in mano un misero fallimento quando abbiamo fatto tutto bene: semplicmente l’idea non era sufficientemete buona per dare frutti. Svilupapre idee è proprio questo: non scoraggiarsi mai, imparare sempre qualche cosa dal passato e sperare sempre nel futuro.

i colori del mare. i suoni. le onde che si infrangono. il vento che passa sopra la sabbia. i bambini che corrono e giocano. il caldo del sole che batte. la musica dalla radio. i cani che abbaiano. i gabbiani che strillano. Le nuvole che coprono il sole ad intermittenza. le persone che chiaccchierano. Concentrare tutte queste sensazioni assieme è impossibile, resta la bellezza di essere sul limite della terra, rilassato e sereno. Non capiremo mai il nostro prossimo se non ci avviciniamo e proviamo a dare un’occhiata nella sua vita.

“…mentre vedo tanta gente che non c’ha l’acqua corrente non c’ha niente, ma chi me sente…”

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Solide basi

marzo 31, 2018
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tratta da flickr.com dall’album di “Patrizio Cuscito”

quando è che è successo che sei caduto? Tempo fa, ma tanto, anni. Mi sono accorto in ritardo che non riuscivo a stare al passo, così quando fui travolto la botta fu grande, la caduta eterna e ne passò di tempo prima che decidessi – davvero – di rialzarmi? In che senso davvero? Nel senso che delle volte decidiamo di cambiare, ma senza una motivazione profonda che riesca a superare le difficioltà e fatiche del cambiamento. Ci vuole pazienza.

Di tutte le canzoni prodotte ce ne sono alcune che mi fanno ricordare precisi eventi del mio passato, altre che invece risvegliano proprio delle emozioni. Sono poche le ultime. Però quando le riascolto sento il freddo che c’era quell’inverno, le coperte addosso e il libro che leggevo, l’aria frizzante del sabato mattina. Non è un ricordo razionale e critico, semplicemente sono emozioni che riemergono. Nulla resta per sempre, dobbiamo andare oltre, ma tenere sempre cari quei pulsanti che ci fanno rivivere e ricordare.

quando costruiamo la nostra vita dobbiamo ragionare in termini di solidità, ma anche di altezza. E spesso le due cose sono incompatibili, una maggiore altezza può creare minore stabilità, tuttavia un buon compromesso è quello che ci fa andare avanti, a vivere giornate piene e soddisfacenti. Poi è necessario, ogni tanto, considerare le catastrofi. Pensare al terremoto e all’inondazione. Cosa resterà dopo? Cosa si porteranno via le acque?

“…But I never wanted all those things…”

 

 


desiderare di accettare

maggio 30, 2016

tratto da flickr.com dall’album di “moluda”

ci sono dei giorni che vanno a velocità diverse, in cui la percezione di cosa hai attorno è diversa! tanto di chi siamo è chi vediamo nello specchio, ed è per questo che ci meravigliamo quando le persone vedono in noi qualcosa che era sopito. vediamo troppo spesso la felicità in ciò che era, in un qualche passato. non lo so, credo che la chiave di tutto è quella di accettare i limiti e muoversi intorno a quelli. possiamo desiderare con tutto il cuore che succeda l’impossibile, o a muoverci da dove siamo. chissà se le rivoluzioni sono inevitabili.

com’è bello il mondo quando si ha la forza di esplorarlo! come è bello il prossimo quando si ha il coraggio di conoscerlo. nella stanchezza dei nostri giorni, nella fatica delle nostre vite ci dimentichiamo troppo spesso cosa ci tiene a galla… ci sono giorni e persone che alle volte te lo ricordano. che ti fanno capire come conta davvero ciò che fai e quello in cui credi!

“quanto avevate provato quegli schemi?” “era tutto l’anno che li perfezionavamo…” “ogni volta che guardo gli appunti della partita e i video mi pare incredibile come ce l’abbiate fatta!” “sai, non so se ce l’abbiamo fatta, in realtà era solo che ci sono venute tante manovre che mai avremmo pensato.” “l’ungherese era inarrestabile” “no, semplicemente serviva una compattezza di squadra e uno spirito di sacrificio maggiori. andare oltre la singola prestazione”

“…quella ragazza è ossessionante Jeeves…”


attendi e fai

dicembre 11, 2015

tratta da flickr.com dall’album di “Piermario”

se ci aspettiamo che gli altri facciano quello che facciamo noi, è inutile, perchè ci siamo già noi a farlo. c’è bisogno di qualcosa che noi non possiamo o sappiamo fare. se ci aspettiamo che gli altri facciano quello che noi vorremmo, prima o poi ci stuferemo. e – comunque – saranno sempre più le delusioni che le soddisfazioni. no. dobbiamo imparare ad apprezzare gli altri come sono. E in un mondo in cui sono l’altro per il mio prossimo, ogni giorno devo avere un solo obiettivo: svegliarmi e cercare di essere il meglio che posso. io ci provo, ma non ce la faccio mai davvero. nessuno ce la fa. però noi ci dobbiamo provare sempre. non smettere di impare dai nostri sbagli. dobbiamo provare sempre a correggerci e migliorarci. per migliorare il mondo attorno a noi, per migliorare gli altri.

era meravigliosa quella foto. il mare blu e calmo. il cielo azzurro e limpido. gli occhi felici e sereni. il sorriso contagioso e solare. i capelli un po’ sparsi dal vento. oramai tempi passati e spensierati. riguardare ogni tanto il passato deve farci vivere positivamente il nostro oggi, perchè la trappola è sempre pensare: “com’era bello una volta…”, “avessi fatto diversamente…”. se oggi siamo felici, domani sopporteremo tutto.

“capitano cosa ha pensato quando ha perso quella partita?” “prima di scendere in campo eravamo terrorizati, ci dicevamo che se non avessimo vinto tutta la nostra carriera sarebbe finita.” “durante?” “credo di non aver mai vissuto peggio una sconfitta in campo. crederci perchè dovevo, inutile e patetico” “dovevate assolutamente vincere, non bastava un pareggio?” “No! e per quanto ci provavamo nemmeno un gol, nulla. poi due gol subiti allo scadere. 0 a 2” “ecco. alla fine cosa pensò?” “sa. credevo mi si sarebbe chiuso il mondo. un tunnel da cui non sarei mai potuto uscire. ma nello stesso istante in cui finì la partita – e tutto stava crollando – , mi resi conto che c’era un domani da cui cominciare – da cui ricostruire – . e ci mettemmo al lavoro.” “… e se ben ricordo alla fine ce l’avete fatta!” “…già”

“…The hour when the ship comes in…”

 


la prima soluzione veloce

settembre 27, 2015

tratta da flicrk.com dall’album di “jlmaral”

capita a volte, quando non riusciamo a sentirci bene con noi stessi e soddisfatti, di volerci sentire migliori degli altri. e la strada più veloce che percorriamo è quella di fissare noi e abbassare il livello dell’altro. è una nostra debolezza intrinseca, sapere chi siamo è difficile, ma almeno so che sono meglio di lui. vengono fuori dei problemi però – qualcosa che incrina ancora di più l’idea che abbiamo di noi – se questa persona riesce a fare cose che noi non riusciamo, allora lo consideremo migliore e noi peggiori, cadendo in un vortice di oscurità. il primo grande passo resta sempre quello di essere in pace con se stessi, da lì poi si parte a costruire il resto. assieme agli altri e non contro gli altri.

passano gli anni e alle volte ti capita di pensare cosa hai fatto, quali strade hai percorso. passano gli anni e ripensi agli ostacoli superati e tutte le fatiche che hai sopportato. passano gli anni e ti domandi quanto sei cambiato, ti chiedi come hai fatto. ti rendi conto che tante cose – ora – non saresti più in grado di farle. non ti capaciti di come è possibile che tu ce l’abbia fatta, a quel tempo. in realtà è il solito tranello mentale. una volta nella situazione ce la si cava sempre, certo prima di provarci nemmeno sai come, ma in durante le cose si chiariscono.

“pensa che le prime cinque partite le ho guardate come riserva dalla panchina” “ci capiva qualcosa?” “nulla. è che dagli spalti hai una visuale più distaccata dell’azione, tutto ha un senso, una logica. è chiaro. poi vedi il mondo da vicino e non è così facile” “giocavano troppo veloce” “mi ricordo solo le urla del mister, incompresibili, poi anche tra di loro si uralvano e si capivano, per me era tutto incompresibile. un ritmo e un’intensità troppo elevate” “e all’esordio?” “perdemmo 8 a 2, però quella partita mai me la scorderò. è da lì che si parte, dagli errori e dalle incertezze.”

“…Oh yeah I’ll tell you something…”


sbiadire o cambiare

agosto 31, 2015

tratta da flickr.com dall’album di “Elisabetta Stringhi”

ci sono stati momenti nella mia vita in cui ho trovato forze che non avrei immaginato. ci sono stati dei momenti che ancora oggi mi chiedo come abbia fatto ad uscirne, a sopportarli. uno lo fa, certo, ma alle volte non rendendosi conto del ‘come’. una grande nostra virtù è la resilienza, praticamente è il deformarsi senza rompersi a sollecitazioni forti e impulsive. certo tutto questo spesso lascia dietro dei ricordi e del dolore. ma è dal ricordo che riemerge la speranza, la speranza che anche domani ce la potremo fare. ed è dal dolore passato che si aprono nuove prospettive, per capire meglio la realtà in cui siamo.

ripulendo la cantina trovo spesso degli spunti per ripensare a ciò che è stato. uno di questi è un po’ la tendenza che ho ad avere dei ricordi tangibili, qualcosa che magari non ha tanto un valore di per sè nel ricordo, ma lo rievoca essendone parte. un quaderno, una foto, un gioco, una cartolina. all’inizo dici di tenere queste cose per ricordarti il fatto, solo che poi col passare degli anni il ricordo si sedimenta o sbiadisce, senza lasciare tracce. così alle volte svuotando le cantine mi trovo a buttare via cose che avevo tenuto, proprio perchè ormai il ricordo è cambiato e non è più contenuto in quell’oggetto o perchè è svanito e nemmeno l’oggetto lo riporta a galla.

“capitano, quando tutto era nebbia e pioggia…” “nebbia che nemmeno vedevi l’altro lato, pioggia che ti infradiciava tutto” “sì ecco, quando era così. come riuscivate a giocare?” “vedi, le nostre migliori partite le abbiamo giocate proprio quando abbiamo dovuto davvero capire cosa potevamo fare per superare tutte le difficoltà…” “lei guidò quelle grandi vittorie” “sì, ma c’ero anche quando le prendemmo come non mai…alla fine è più questione di tattica”

“…Tengo gana de bailar el nuevo compass…”

 


riemergere dalle macerie

agosto 10, 2015

tratta da flickr.com dall’album di “Kristel Van Loock”

quando ho smesso di farmi delle domande? a ripensarci tutte le volte che ha smesso di importarmi della sitauzione. imparare sempre qualcosa di nuovo è difficile, perchè – in fondo – ci fa continuamente sentire inadeguati e ignoranti. però, a pensarci bene la nostra vita l’abbiamo sempre cambiata quelle volte che siamo stati disposti ad imparare, a conoscere e a capire. smettere di farsi domande è anche un po’ accettare le risposte che abbiamo trovato, senza mai – seriamente – metterle in discussione. o forse guardiamo troppo lontano, o troppo vicino. prospettive.

le macerie. eppure quando non resta più nulla, la sola cosa che si può fare è ricostruire. ci vuole tempo. ci vuole pazienza. ci vuole speranza. ci vuole forza. ci vogliono persone accanto. non saremo mai nulla senza chi ci sostiene, chi ci aiuta e chi ha bisogno di noi. dalle macerie, dalle ceneri bisogna riemergere, risorgere. il problema è che durante e dopo la catastrofe non abbiamo le forze che avevamo prima, cadiamo lentamente e inesorabilmente verso il baratro. la nostra grandezza sta nel trovare il modo di fermarsi.

“…abbiamo perso 4a1” “era solo l’andata! ricordatelo, lascia che sia il campo a dirti che hai perso” “ma come possiamo fare?” “anni fa giocai una partita che dovevamo vincere, non potevamo nemmeno gestire il risultato…” “come andò?” “non è quello il punto. il fatto era che quando scendemmo in campo, ognuno sapeva che ce la potevamo fare, che non sarebbe stata una passeggiata, che partivamo sfavoriti, ma giocammo come poche altre volte, credendo – dopo tanti anni – di nuovo in noi…” “sì, ma come andò?” “questo, ora, non è importante…corri!”

“…ti meriti un dollaro, ah Chinatown Chinatown…”