Fasi di un esame

giugno 16, 2019
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tratta da flickr.com dall’album di “Lutz Koch”

Dopo ormai 6 anni dall’ultimo mio esame – ripensandoci – mi son reso conto che in fondo ho un bel ricordo di tutti gli esami dati. Quelli che ricordo con più affetto sono quelli che mi hanno insegnato qualcosa. Quegli esami per cui, nella vastità del programma che serviva per passarli, qualche piccolo frammento ancora oggi mi aiuta a riflettere meglio, ad avere prospettive migliori. Non è tanto il voto, ma tutto quello che c’era attorno: lo stimolo, la sfida, l’interesse e il divertimento. Ci sono state preparazioni che mi hanno pesato un sacco, altre più leggere. Esami che non vorrei mai ripreparare, altri che potrei ridare oggi. Ma tutti mi hanno messo di fronte a parti di me che nemmeno sapevo esistessero, e tutti mi hanno accompagnato in quel percorso di crescita e maturazione. E questo, oggi, è il mio ricordo di ciò che è stata una pagina della mia vita, che ora è passata…

 

Obiettivi. Solitamente quando si inizia a preparare un esame tutti noi partiamo avendo solo due obiettivi possibili: strappare un 18 o conquistare un 30. Tertium non datur. All’inizio è così, sempre.

La pianificazione del ‘colpo grosso’. Una volta che ci si è chiariti qual è l’obiettivo bisogna capire di quale arsenale si dispone: se abbiamo preso bene gli appunti, se li abbiamo ricopiati e corretti man mano, se abbiamo seguito tutte le lezioni ed esercitazioni, se ci siamo procurati i libri e le dispense, se abbiamo studiato in itinere.
Ecco, solitamente, già a questo punto una voce dentro di noi ci dice – sempre – che non abbiamo mai fatto abbastanza, che avremmo potuto fare di più. Preso il materiale, si controlla che sia completo come quantità; per la qualità non si hanno ancora gli strumenti – solitamente si ha un’idea di cosa si stia trattando, ma nello specifico non sappiamo assolutamente dire se quello che c’è scritto è giusto. Solo più avanti potremo capire – a quel punto penseremo a tutte le lezioni in cui copiavamo qualsiasi cosa ci fosse alla lavagna, qualsiasi – che un sacco di appunti sono incompleti, che ci sono una marea di errori, sviste commenti e passaggi totalmente oscuri.

Tattica e la strategia. Si fa una stima quantitativa delle pagine da fare, si contano i giorni mancanti e poi si fa un rapporto tra i due numeri: si ha così quel maledetto numero-di-pagine-per-giorno. Magari, per precauzione, si incrementa un po’ questo numero così da lasciarsi gli ultimi giorni per il ripassone finale. Ce l’avessimo mai fatta. Illusi: siam sempre finiti all’ultimo, a sforare la scadenza. Anche se misurare un esame in pagine non serve a nulla, è solamente la direzione giusta per non passarlo.

La tragedia dell’inizio. Il primo giorno è sempre una tragedia. Sempre. Deserti sterminati da attraversare si mostrano davanti a noi: un linguaggio nuovo a cui non siamo ancora sufficientemente abiutati che ci fa sentire in un paese straniero di cui capiamo a stento qualche parola della lingua. Una fatica immensa per capire i primi paragrafi. Il primo giorno ci assale sempre un senso di disperazione:  è il pensare che da lì ai prossimi giorni il nostro sforzo dovrà esser di tale intensità, se non di più. Oltretutto del programma di studio giornaliero – se va bene – ne abbiamo fatto una scarsa metà di cui ne abbiamo capito solo una piccola parte. E’ il primo giorno e siamo già in ritardo.

La perfezione come ideale. Poi, qualche giorno dopo che si è iniziato, il meccansimo scatta e incominciamo allora a preparare l’esame con una cura e attenzione maniacale. “Questo, lo guardo benissimo. Deve essere chiaro ogni singolo passaggio e ragionamento, perchè così poi sarà più semplice ripassarlo.”, applicare a tutto il programma questa filosofia ti fa preparare un esame in 6 mesi. Uno, uno solo e nemmeno troppo difficile. Bisogna andare oltre e aver fiducia che alcune cose le capirai in seguito – e altre forse mai. Ovviamente gli esami non  vanno tutti preparati alla stessa maniera: ci sono quelli in cui serve l’approccio preciso “Devo sapere ogni cosa e il perchè, se no tutti-a-casa”, quelli in cui impari l’essenziale “L’idea è quella”, quelli in cui basta poco “Cerchiamo di appiccicarci a memoria qualcosa e speriamo’.

La soglia della metà. Si è arrivati oltre la metà del tempo a disposizione e, solitamente, si è sempre indietro: a circa un terzo del programma. Ecco, questo è un mistero: tra ritardi accumulati e poca pressione alla scadenza ci si trova quasi sempre indietro a metà del tempo stabilito, che sia preparare un esame in 1 quadrimestre, 1 mese, o 5 giorni. E quando ce ne rendiamo conto, solitamente il tempo si ferma per qualche istante – così – per farci sentire più forte e più a lungo la botta. Non ce la faremo mai.

“Quando è il prossimo appello?”. Proprio in questo momento compare il demone dell’arrendevolezza: “Bravo! C’hai provato, ma non ce l’hai fatta. Ci hai messo tutti questi giorni a fare la parte iniziale, che di solito è  la più semplice. Come puoi mettercene di meno a fare tutta quella che resta, che è anche più difficile?” (e volendo c’è anche la variante “…E poi calcola che devi ancora imparare a fare tutti gli esercizi!”). Così inizi a raccontarti che in fondo hai già studiato per la prossima volta, che hai cominciato troppo tardi, che non ti vuoi abbassare la media, che è meglio darlo la prossima volta. Ed è qui che non si deve cedere – mai -, bisogna essere flessibili, ma resistenti: come il bambù. Piegarsi, senza spezzarsi.

La corrosione dell’ansia. Da giorni rieccheggia dentro di te questa frase “Non ce la faremo mai”.  Guardi il programma e realizzi che nel tempo restante – poco solitamente – bisogna fare ancora un sacco di cose! Ci sembra di non aver fatto praticamente nulla fino a quel momento. Almeno nulla di importante. Ed è ora che entra in scena il demone del senso di colpa: “Avessi tenuto questo ritmo fin dall’inzio, avessi studiato giorno per giorno, avessi preso meglio appunti, avessi fatto sempre gli esercizi da una lezione all’altra…”. E il tutto degenera in propositi del tipo “Il prossimo semestre, ogni giorno torno a casa e mi ricopio la lezione che ce l’ho chiara e fresca e sono corte. Nei weekend studio quello fatto durante la settimana e ripasso le cose vecchie. Così do tutti gli esami al primo appello e via…”. Mentre stai pensando a questo, la tua coscienza ti supplica di no  “…ma se quando tornavi a casa durante i corsi avevi a malapena le forze di mangiare e non riuscivi nemmeno a guardare un po’ di televisione. Ti rendi conto che ti stai promettendo di stare teso e concentrato per 5 mesi di fila? Come pensi di fare? Di resistere? Di arrivare in fondo e avere forze per dare un esame? E il resto della tua vita poi?”. E il demone se la ride: “Sentila, ecco perchè non ce la farai mai”. Never give up.

Da soli o in squadra. Ci sono esami che si preparano assieme, altri da solo. Non per tutti gli esami era possibile trovare compagni di viaggio. Serviva quella congiunzione – quasi magica – tra impegni personali, tempo per lo studio, altri esami da preparare, appelli che si vogliono dare, affiatamento e sopportazione reciproca. E non era stare nella stessa stanza a fare lo stesso esame indipendentemente, era proprio diventare un’unica squadra. Capire assieme l’esercizio, il passaggio del teorema, lo script da implementare. Trascinare gli altri ed essere trascinati, alternarsi tra gregari.

Il Blackout burocratico. “Mi sono iscritto all’appello? Che altrimenti non me lo fa dare e domani, mi trovate in prima pagina sui quotidiani nazionali… in cronaca nera e non per meriti accademici!”. In questo delirio di emozioni, rabbia e paure arriva sempre puntuale la domanda:  “Mi sono iscritto all’appello?”. E non te lo ricordi mai, devi sempre andare a controllare online, col brivido di sapere che, se non lo avessi fatto, ora sarebbe troppo tardi – almeno per gli esami dei primi anni.

Le false speranze della rete. Quando non capisci una cosa e stai sbattendo la testa da ore o giorni, scatta la modalità “Proviamo anche con la rete, non si sa mai…”. Ci mettiamo a cercare, ma si trova solo la stessa filastrocca ricopiataincollata – ctrl+c ctrl+v – che, oltrettutto, sembra pure dire una cosa diversa da quello che c’hai scritto tu. Lì poi parte l’incazzatura: – “Ascolta, se volevi visite sulla tua pagina va bene, ma… Perchè copi da Wikipedia cambiando il nome alle variabili, ma non le frasi? Così capisco che hai copiato, ma ho comunque buttato 5 minuti per rendermene conto? Una sola domanda: pPerchè?”. Poi delle volte capita, trovi quelli con la pagina che ti salva la vita: chiara, brillante, geniale e perfetta.

Il periodo d’oro. Ovvero, i 3 giorni in cui potresti imparare qualsiasi cosa: uno stato di grazia. Solitamente questo periodo si ha con esami lunghi e molto complessi  in cui ti sei dovuto adattare a pensare e ragionare in quel mondo che ti era ignoto fino a poco tempo prima. Ti ritrovi 3 giorni prima dell’appello sì, con la sensazione che non ti ricordi nulla di quello che hai fatto fino ad allora, che non sai nulla e che se andassi là faresti la figura del pollo, ma anche con un superpotere: il cervello a spugna. In quei giorni sei in grado di capire molto di più. Macini teoremi, esercizi e passaggi di ragionamenti come fossero strisce di fumetti. Spazi da un argomento all’altro  senza troppi problemi. Sai subito dove cercare le risposte. Esercizi che non ti venivano, iniziano a diventare chiari (o perlomeno si dirada un po’ la nebbia). E’ il momento migliore.  Per quanto tu abbia fatto fino ad allora, quel periodo vale sempre molto di più. Non capita sempre, dura poco e poi svanice.

La disperazione o “non bocciarti tu, fatti bocciare da loro”. Il giorno prima dell’esame scatta sempre quella scintilla autodistruttiva. Quella che ti fa sentire inadeguato. Quella per cui è meglio non giocarla una partita, piuttosto che perderla male. Quella che non è tanto l’essere bocciato, ma quanto l’essere inadeguato: “non ci vado”. Ed è ora che ti torna in mente uno dei più grandi insegnamenti ricevuti: granitico, eterno e fondamentale. “Migliori di più rischiando e giocandotela piuttosto che allenandoti per sempre.”

L’attesa allo scritto. Nell’attesa di inizare un esame ci si imbatte sempre in una fauna molto variegata di tipologie umane. Gente che lo prova per la 6a volta. Gente che “Ho studiato poco/nulla, che ieri avevo un altro esame”, solitamente o vengono bocciati sonoramente o prendono votoni, entrambe le cose con una scioltezza e tranquillità invidiabile. Gente che ha bigliettini ovunque. Gente bianca per l’ansia. Gente con portafortuna in ogni tasca. Gente che ti chiede se hai studiato il terzo paragrafo del quinto capitolo. Gente che rilegge compulsivamente appunti sparsi e disordinati. Gente che non è nemmeno vagamente preoccupata: anche in questo caso o vanno malissimo, o vanno a cannone, e lo sanno. Gente che oddio non me lo ricordo e si mettono a cercare sul libro. Gente in ritardo. E tu sei lì, in attesa di andare in scena.

La tortura dell’elenco. Gli elenchi sono ordinati per data di iscrizione oppure ordine alfabetico: e per un ritardatario col cognome con la R non ci sono alternative migliori. Così, mentre stanno chiamando ad uno ad uno gli iscritti, c’è il demone dell’ansia che dice “Guarda che non ci sei: hai controllato male, non hai schiacciato invio, hai chiuso troppo presto la finestra, il sistema è andato giù proprio mentre ti stavi registrando. Guarda che non ti fa dare l’esame se non ci sei.”. Poi ti chiamano e tiri il primo sospiro di sollievo.

Ritualità. C’è tutta una ritualità una volta entrati in aula. Tattiche militari per la scelta dei posti migliori. Prepararsi penne, matite e fogli di brutta. Intestare il protocollo. Scrivere la matricola. Via, si inizia. Leggi tutti i quesiti e i problemi, e a quel punto hai subito chiaro come andrà questa battaglia: in attacco, sulla difensiva o bandiera bianca.  Per quanto gli scritti durano sempre dalle 2 alle 3 ore ogni esame ha un suo tempo – che cambia anche durante l’esame stesso. Il tempo scorre velocissimo, altre volte ricontrolli l’orologio 6 volte in 5 minuti. Ma tutto poi finisce. Si consegna. E si deve aspettare.

La motivazione nulla prima dell’esito dello scritto. Non sono mai riuscito a mettermi a studiare per un orale prima di sapere il voto dello scritto, addirittura se lo avessi passato o meno. Il tempo è prezioso, cosa studio se nemmeno so se l’ho passato? Vuoto. Poi mi toccava recuperare, ma almeno largamente motivato.

L’attesa prima dell’orale. Sei là, uccideresti quelli che ti chiedono “ma tu la sai questa cosa?!”. Tu è già da 6 ore – il sonno che ti sei concesso, perchè prima di un esame dormi sempre poco – che non ti ricordi nulla ti fai una domnda a te stesso ed è il vuoto pneumatico. Col tempo hai imparato a darti fiducia e sapere che quando sarai là ed inizierai, le cose verranno.

Voci di corridoio. Poi iniziano a circolare voci agghiaccianti. Gente ammessa con 26 e poi bocciata. Gente bocciata per come era vestita. Gente che ha finito l’esame in lacrime. Gente a cui hanno chiesto cose non nel programma. Gente che non sapeva nulla “ho fatto scena muta e m’ha alzato di due punti” – qui mi inalbero sempre, non mi è mai riuscito. Ma lo sai cos’è scena muta per me?! Che manco il tuo nome sai dirgli. E ti pare che mi alza il voto di due punti? Arrivati a questo punto non bisogna farsi distrarre.

Le liste per l’orale.Mettersi d’accordo per l’ordine in cui passare un orale è un’impresa. Quando si è pochi e si finirà in qualche ora non ci sono problemi. Sono gli orali che durano più giorni il disastro. Allora ci si prova organizzare. Gente che tira fuori i più svariati e inverosimili motivi, pretesti o scuse per passare subito. E io, che arrivo sempre sul filo della puntualità – o un pochino in ritardo -, mi sono sempre troavato negli ultimi posti di questa lista. Solo una(UNA) volta questo giochetto di passare un altro giorno mi è servito a studiare quello che non avevo fatto in tempo. Se no era solo una rottura di scatole, un posticipare il tutto, ripassando molto svogliatamente il giorno prima. Ma ormai tutta la tensione è passata.

Un lungo respiro. Ogni orale è a sè, e non dipende da quanto è difficile l’esame, ma da quanto riesci ad essere tu concentrato. Orali che durano 5 minuti, orali che durano 1.30h. Orali in cui sai rispondere a tutto. Orali in cui non sai rispondere, nemmeno da dove cominciare. Orali in cui sai rispondere a domande che non avresti mai detto. Orali in cui cerchi di tirar fuori qualche parola e sperare che tutto assieme, tenga, o almeno non crolli. Orali in cui inizi bene e poi finisci in un vortice di imprecisioni, sviste e risposte sbagliate: ogni parola è un danno. Orali dove ti fanno tutte le domande che ti eri preparato meglio. Orali che vanno a beccare proprio quello che sai di meno.

Il finale. La storia finisce sempre – bene o male dipende, ma finisce. Ci sono delle volte che ce la fai, passi bene l’esame. Altre volte che ti bocciano, ma in fondo lo sapevi. Le peggiori sono le volte in cui il risultato va molto al di sotto di quella che era la tua aspettativa. Molto, che nemmeno te lo immaginavi nel profondo. Molto, che ti fa dubitare di te stesso. Molto, che hai quasi paura a ridare quell’esame. Pazienza ci si rialza, sempre – a volte, solo, ci vuole un po’ più di tempo. Poi ci sono le volte che finisce bene, che hai raggiunto il tuo obiettivo, che hai preso il tuo voto, che “vissero tutti felici e contenti…”, che sei sddisfatto, voltato pagina e pronto a ciò che arriverà dopo. Non ce la faremo mai… ma alla fine ce l’abbiamo sempre fatta!

“…qualcuno vede ancora negli occhi miei quel che gli specchi non rifletton più…”

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Profondità e prospettive

giugno 25, 2017
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tratta da flickr.com dall’album di “Rodney Topor”

molti anni dopo, quando non esisteva neppure più il ricordo, trovai un’altra prospettiva. migliore. quello che restava però erano le azioni fatte, le compelssità delle scelte che ne erano derivate. i cambiamenti sono solo delle variazioni sul tema. a volte si improvvisa, altre volte si segue il copione. uno solo dei due approcci distruggerebbe, renderebbe inutile e senza interesse la scena. una grandiosa fiammata che si spegne, o una lenta combustione che brucia tutto senza fiamme.

dobbiamo sempre ricordarci che tutto è relativo. cosa sono 50cm in una maratona e nei 100m? dobbiamo poi pensare che anche le difficoltà lo sono, proprio perchè nostre. c’è chi, di fonte ad un’equazione, non vede nessun problema, e chi non sa nemmeno dove inziare. anche il miglior maratoneta avrà problemi a fare la staffetta 4×100, perchè non è bravo? no! perchè non è il suo mondo. e così dobbiamo sempre ricordarci che a fianco a noi non abbiamo la nostra copia, ma il nostro prossimo, con le sue diversità. magnifiche.

qual è la profondità di campo giusta? Come concetto è interessante, un po’ semplificato, è la parte a fuoco prima e dopo il punto di messa a fuoco ed è sempre in rapporto 1/3 e 2/3. così a seconda delle foto, dell’intento e della situazione sappiamo come dev’essere. così sappiamo quali sono le foto tecnicamente errate, ma non possiamo correggerla. così forse è il nostro dilemma su come pensare al passatoe e al futuro, per avere un risultato increbile, una scelta o una strada da incorniciare ed appendere.

“…You’ve done it all, you’ve broken every code…”

 

 


cambiare per cambiare

gennaio 31, 2017
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tratta da flickr.com dall’album di “mumucs” 

Vedere orizzonti dove ci sono montagne, sentire musica dove è solo frastuono. Di tutti i giorni trascorsi le persone che più mi ricordo sono quelle che avevano un’idea propria, un parere. le persone che sanno cambiare idea ma anche restare salde su certi valori, avere dei pilastri. uno può condividerli o meno, ma quello è un altro discorso.

nella più grande paura del nulla e del buio la sola salvezza è la speranza. ma solo quello non basta, serve anche l’idea che un domani migliore sia possibile. dobbiamo smettere di aspettare il cambiamento per poi cambiare noi, subirlo. adattarci alla situazione che si è creata alle volte è inevitabile, altre volte è solo una scorciatoia. capitano le situazioni improvvise che ci obbligano a lasciare ciò che siamo per qualcos’altro. Altre volte passiamo i giorni nell’attesa che il cambiamento inizi per cambiare noi. non accadrà mai. delle volte le frasi motivazionali  sono ridicole, questa però è meno stupida di quanto sembri “se vuoi cambiare, cambia tu per primo”. perchè il cambiamento, qualunque esso sia deve essere il risultato e non la base di partenza. se ne saremo in grado avremo iniziato un processo inarrestabile. e a guardare indietro in fondo è sempre stato così.

“ora so la data della finale” “un’altra?” “no, questa è diversa. è l’ultima.” (pioggia. buio.)

“…Fiumi, poi campi, poi l’alba era viola…”


la soluzione

giugno 30, 2016
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tratta da flicrk.com dall’album di “Wind&Wuthering”

in fondo speriamo sempre che Davide vinca contro Golia. se non abbiamo altre ragioni per sostenere il più forte, preferiamo tifare per il più debole, per lo sfavorito. Proviamo a tifare chi ci dà una speranza, anche esile, che puoi andare oltre le aspettative. difficile, ma non impossibile. se no non ha senso nemmeno provarci. se no non ha senso nemmeno sognare. non si può sempre raggiungere un sogno – purtroppo e per fortuna–, ma quando ce la facciamo è perchè Davide ha vinto.

“focus on the problem..” il trucco è semplicemente questo! spesso ci capita di provare emozioni forti, confuse, senza motivi e sproporzionate alla causa. quello che sbagliamo nell’analizzare la situazione è che spesso non ci focalizziamo sul vero problema, ma solo sui contorni o sulle piccole cause scatenanti. perchè è molto più facile! qual è il fatto che ha davvero provocato tutto? il problema è che alle volte questa ricerca porta alla luce aspetti e debolezze molto radicate in noi e quindi ci fa comodo trovare scuse marginali, star lontanto dalle nostre debolezze. però ecco, solo una volta trovato il problema profono si può iniziare ad affrontarlo e risolvere a cascata tutto il resto, ricordando sempre di guardare al domani.

“se li vogliamo fermare dobbiamo essere impeccabili e organizzatissimi…” “ma sono grossi il doppio di noi!” “tu corri” “ma sono molto più esperti di noi” “non importa! corri…al resto ci pensiamo poi, al resto ci penseremo sul campo. ora dobbiamo solo essere una squadra” “non possiamo perdere” “andrà come andrà, gioca come un’unica squadra, non come uno di essa”

“…e sempre allegri bisogna stare, che il nostro piangere fa male al re…”

 

 


di un solo grado

giugno 1, 2014

tratta da flicrk.com dall’album di “Andrea”

non sempre ci fermiamo a pensare a fondo, più che capire la situazione la vogliamo far rientrare nei nostri schemi. la maggior parte delle volte è la soluzione migliore, efficiente e quasi sempre efficace. nihil sub sole novi. esistono casi isolati, eccezioni, situazioni non previste, non conformi allo standard: qualcosa che ha bisogno di essere trattato a parte. il nostro limite nel capire le azioni di chi ci sta attorno sono gli obiettivi, le nostre idee e le ambizioni. capire è il secondo passo. volerlo fare, il primo.

ci sono dei passaggi chiave nella nostra vita. fragili. curve che danno pochissimo margine di errore, alle volte così poco, che c’è solo una maniera di pasarle. vedi quelli davanti a te che si schiantano e solo pochi passare. tocca a te. è come se bastasse davvero poco a cambiare radicalmente la situazione, fuori o dentro, di un centesimo. non è solo avere cuore che conta. non basta la determinazione o il talento: là ci vuole fortuna. un solo grado in più e vai fuori strada, un grado in meno e scivoli sulla macchia d’olio. dai.

‘come si sente ora?’ ‘di nuovo in campo.’ ‘l’aveva già provata quella sensazione?’ ‘sì, ma così tanto tempo fa che nemmeno me la ricordavo’ ‘e ora?’ ‘fa’ ciò che devi, per la squadra. sii paziente e verrai premiato.’ ‘poi?’ ‘forse!’ ‘ma allora cosa siamo qui a fare?’ ‘delle volte nella vita dobbiamo solo essere una certezza. sapere che quando la palla passa da là io ci sono a chiudere gli inserimenti’ ‘e tutto il resto?’ ‘non tocca a me farlo, adesso. poi. forse’

“…Chi l’ha detto che siam nati per soffrire? Pagare prima, poi vedere…”


voler essere il più

marzo 11, 2014

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uno dei più grandi problemi che, in fondo, ognuno di noi ha è capire chi siamo davvero. non tanto intesa dal punto di vista di ricerca di un’identità in senso positivo quanto più l’affermazione del nostro io. perciò quando siamo persi nel non riconoscerci, nel non avere delle misure con cui rapportarci allora l’unica strategia resta quella di essere ‘più qualcosa’ rispetto agli altri. il fatto è che a breve termine questa strategia ci appaga, ci gratifica ci fa sentire meglio. ma una volta passata l’onda il vuoto resta, forse ancora più grande perchè ora non ci basta più dove siamo arrivati.

quando si è al chiuso il cielo fuori pare avere un colore più azzurro. il mondo all’esterno sembra essere più bello. vorremmo semplicemente non essere dove siamo, ma altrove. ci sono rari episodi in cui questo nostro desiderio di libertà viene esaudito, imprevisto di solito. e allora ci troviamo fuori, a respirare l’aria fresca sentendo quell’emozione addosso che ci rende il momento ancora migliore, diffficilmente riproducibile.

era un piano geniale. studiato in ogni minimo dettaglio. pianificato. fallì, il muro era quello sbagliato. la tattica era quella di non prendere gol, non bastava bisognava segnarne almeno uno. “buon lavoro ragazzi!”. giocare a non perdere è una tattica che funziona nelle emergenze, che dà frutti a breve termine, ma alla lunga demotiva. serve quando ciò che si vuole evitare è la sconfitta, ci vuole allora un cambio di mentalità. un nuovo piano da studiare.

“…fanno finta per non farsi infastidir…”


erano tutte battaglie

febbraio 19, 2013

tratta da flcikr.com dall’album di “angelocesare”

per quanto vogliamo andare lontano dobbiamo essere sempre preparati. da ragazzi ci piace vedere la vita come un’avventura, una sorta di sfida continua: tu contro il sistema, tu contro la scuola, tu contro te stesso…. che tu vinca o perda queste grandi battaglie resta comunque il fatto che le hai combattute e sei sopravvissuto. arriva poi un’eta in cui bisogna deporre le armi, e come i grandi generali stare dietro e scendere in capo solo nei momenti davvero cruciali. forse è una sconfitta, forse una rassegnazione, il problema è che dopo un sacco di botte che dai e che prendi non ce la fai davvero più, almeno su certi fronti. i grandi generali muoiono però con onore, sul campo.

uno dei più grandi consigli che mi è sempre stato dato è quello di imparare sempre, e per far ciò non dobbiamo mai smettere di farci delle domande. alle volte le nostre domande ci lascereanno indietro, ci scoccerà vedere che siamo gli unici a porsi certi problemi, ma alla lunga l’avere avuto certe risposte ci renederà capaci di affrontare domande importanti.

per quanto sia buono il caffè, prenderlo con calma lo rende ancora più buono. viviamo una vita troppo sbilanciata. o siamo proiettati in avanti di fretta, di corsa, con l’ansia di non farcela. o viviamo seduti, calmi, tranquilli e pacati aspettando che il domani arrivi, che sia lui a cercarti. in medio stat virtus. l’immagine è quella del prendere il caffè, godendoselo, senza che si raffreddi o ci scotti. dedicare tempo al nostro presente, sapendo però che il futuro ci attende e magari è meglio tenergli il passo.

“…con un deca non si può andar via…”