generazioni di paese

gennaio 27, 2011

tratta da flickr.com dall'album di "Iván Cabrera"

c’è una statua in mezzo a quelal piazza. ce l’hanno messa anni fa dedicandola al fondatore del paese. ci hanno fatto una festa, di commemorazione. tutti assieme. tutti a ricordare quanto fosse stato importante per ogni abitante. è lui che ha progettato le case. è lui che ha fatto arrivare i cavi elettrici e quelli del telefono. è lui che ha fatto pressione per far costruire la chiesa. prima le persone vivevano sperdute e non sapevano a che comune fare riferimento. uniti, sacrificandosi hanno ottenuto qualcosa, una casa. un paese.

passa una generazione. e già i ricordi sono idealizzati. gli sguardi rivolti altrove. ciò che si è non basta più, bisogna spingesi oltre. allora iniziano a portare la scuola, una bibiloteca, un teatro. i figli dei fondatori questa terra se la ricordano ancora vuota e deserta. attorno il nulla. è stato fatto qualcosa e c’è un dovere morale di continuare l’impegno dei nostri padri. qualcuno ci crede, altri di meno. qualcuno va in città, altri restano, è la loro vita. è tutto ciò che hanno avuto, e che possiedono.

passa una generazione. ora è  tutto diverso. i giornali arrivano periodicamente. si sono fatte costruire strade che attraversano il paese. l’acqua è addirittura portata da una conduttura. la gente ormai cresce e appena può scappa, va dove c’è futuro. dove le strade non puzzano di vecchio. scappano da quei luoghi così lontani e così diversi dai loro sogni. e così alla genrazione successiva quel paese sarebbe stato soltanto abitato da qualche vecchio. un paese morto. dimenticato e troppo stretto per poter sognare. ma rimane quella statua, quel fondatore che ha saputo sognare, lui. noi, purtroppo dimentichiamo troppo spesso come si faccia e che sapore abbia.

“…finchè Ataualpa o qulache altro Dio…”


gusto di vivere

settembre 12, 2010

tratta da flickr.com dall'abum di "Mauro@photo"

questa è la storia di un uomo che ogni mattina uscendo di casa e andando a lavoro, a piedi, si mangiava due quadratini di cioccolato fondente. Prima di uscire di casa, di salutare sua moglie, la figlia e il gatto apriva il frigo e dall’involucro di alluminio ne staccava un pezzettino. Nella sua paseggiata da casa all’ufficio passava per un parco, sotto il porticato  e oltre la piazza. Aveva col tempo imparato a goderseli quei due quadratini. Era il suo momento di respiro nelle sue giornate. Era la certezza di poterle gustare. Non importava se in ufficio c’erano tre progetti da consegnare o se a casa alle volte capitassero brutti giorni per discussioni. Quei  15 minuti erano suoi. E alle sette e mezza, non c’è cellulare che suona. E’ solo la città che si sta muovendo.

col tempo aveva imparato a goderselo quel suo rituale. Quasi fosse magico. Ma non era nulla di che. era solamente un piccolo momento quotidiano. Sulla sua scrivania aveva una foto con la sua famiglia; e girando la cornice trasparente c’era un paesaggio. Mare? Montagna? no città, la sua. Con in mezzo pallazzi, alberi e il cielo. Il cielo. Lavorava in un ufficio senza finestre, si sentiva oppresso. Era come non poter sognare, desiderare. Così ogni tanto inarcava la schiena indietro, girava la foto e pensava a quel cielo così blu. Avrebbe dato qualsiasi cosa per potersi sdraiare sul prato e stare fermo ore a guardarlo, a senitire il vento a uscire dal frastuono quotidiano. Ma non si può, dov’è il tempo per farlo?!

questo non è un uomo triste. E’ brillante nel suo lavoro, dà la carica a tutti i suoi colleghi. Sa e crede in ciò che fa. E’ solo che alle volte si ritrova a guardare quei quattro umri attorno a lui  e vorrebbe solo essere più libero, sentire di più l’aria. Un giorno gli chiesero se gli sarebbe piaciuto vivere tutto l’anno in infradito al mare. No, non era la sua vita fare sempre le stesse cose. Se no avrebbero perso il loro sapore. Già per quei due quadratini di fondente ogni mattina il loro sapore ce l’hanno ed è sempre diverso.

La sua più grande gioia e tornare a casa e vedere gli occhi di sua moglie. Un oceano in cui perdersi. Sono ormai passati tanti anni, la fiamma dell’innamoramento è ormai svanita, ma quegli occhi. Quello sguardo che ti fa sentire a casa, felice; sapendo che li puoi guardare e tuffartici dentro. Certo, poi ci sono le bollette, le lettere e i giornali e la vita va avanti. Non c’è sempre tempo per certi romanticismi. Odia dirle quanto è importante sempre alla stessa maniera; perchè se no le volte davvero speciali non esistono più. Dopo tutti questi anni la ama ancora proprio perchè è importante che ogni momento sia diverso, e vissuto assieme. Senza essere un tutt’uno.

Alle volte arriva a casa e tutti sono a dormire o sono via, chi a fare yoga, chi chissà dove. Così col gatto sul tavolo della cucina si fa scaldare un po’ d’acqua, tisana e un po’ di musica. Aspettando che la sua vita torni a casa. Che possa essere davvero ciò che è. Un uomo felice di essere vivo.

“…Though my dreams, it’s never quite as it seems…”