Un anno, dieci chili e quattro esami fa

tratta da flickr.com dall’album “ortica*”

Raramente parlo esplicitamente della mia vita. Cerco sempre di metterci una patina protettiva davanti. Ma oggi no.

Un anno. Un anno fa. Ultimamente mi capita spesso di pensare dov’ero un anno fa. La nebbia attorno. Gli anni dell’università mi hanno terribilmente rallentato la vita. Tutti uguali. Sempre gli stessi obiettivi. La stessa ansia. La stessa routine. Lezione, studio, esami, e poi, se ti restava tempo, vita. Certo, io forse questo lo vivevo male e, forse, tutto ciò mi ha cambiato dentro.
Un anno fa – ora lo so – stavo per risalire dal fosso in cui ero caduto. Un passo alla volta. In effetti se ora ci ripenso a dove mi trovavo e quali potessero essere i miei orizzonti e le mie aspettative non ci credo a tutto quello che ho passato negli ultimi dodici mesi. Se me lo fossi raccontato non ci avrei mai creduto. era impensabile. irreale. Però ora siamo qui, a ripensare e guardare la strada fatta. A ricordare la fatica che provavi a renderti conto che da solo non ce l’avresti mai fatta.

10 chili. Per quanto non abbia mai fatto della questione estetica un problema, pesavo davvero troppo. I muscoli se n’erano andati, ero gonfio, ero sempre affaticato e debole. Mangiavo male, mangiavo tanto, mangiavo come per sopportare lo stress. Così non andava bene.
Poi una sera guardai una mia foto, fatta mentre ero su a Vinadio. Ero davvero grosso. Non ero più quello che mi vedevo. Non ero più chi pensavo di apparire. Mi dicevo sempre che avrei perso peso una volta finita l’università. Mi davo scadenze “a poi”, che tanto avrei rinviato. 
Nel corso degli anni sono sempre stato uno studente notturno, peró nell’ultimo periodo facevo fatica a stare sveglio e concentrato fino a tardi. Non andava per nulla bene. Dormivo male e la mattina facevo fatica ad alzarmi, pur avendo fatto poco la sera prima. Ma quella volta là qualcosa cambiò: se dobbiamo risolvere anche questo problema facciamolo ora, assieme agli altri, senza rimandarlo.
A lavoro si parlava spesso di come perdere peso.Cercai un po’ di documentarmi. Il mio primo nemico non erano tanto i grassi, ma pane, pasta e i dolci. La battaglia fu serrata: ridurre il più possibile le dosi. Un po’ per caso, per le tante cose da fare e per il caldo di quei giorni mi capitò di saltare qualche pranzo, di bere solo del the. In pochi giorni persi già 2 chili e mezzo. Esteticamente non si vedeva, ma mi sentivo meglio, meno affaticato. La sera riuscivo di nuovo a studiare come ai tempi migliori. In quindici giorni, poi, ne persi 5 di Kg. Da lí fu tutto più facile un ritmo continuo. I risultati si vedevano. La mattina mi svegliavo più facilmente, dormivo meglio. Poco alla volta, diminuivo le porzioni e mi abituavo. Rinunciare al cibo anti-stress. Muovermi, camminare tanto e usare spesso la bici.

4 esami. Essenzialmente mi stavo per giocare tutto, nuovamente: ad inizio anno me ne mancavano altri 4. Con il lavoro concomitante sarebbe stato un colpaccio riuscire a passarne uno, forse due prima di giugno. Nei miei sogni utopici ne passavo due nei mesi da marzo a maggio e poi mi sarebbero rimaste le due istituzioni: una per appello, metà luglio agosto e settembre a lavorare per la tesi. Illusioni. Utopia.
Avevo iniziato a preparare sia probabilitá, che geometria. Di probabilità non ci capivo nulla: come al solito avevo iniziato piano, volendo capire tutto, ogni passaggio e ogni ragionamento, ma restavo troppo indietro rispetto alla tabella di marcia. Ricopiavo gli appunti delle lezioni, capendoci poco, trovavo il libro ancora troppo diverso dagli appunti e gli esercizi non sapevo nemmeno da dove iniziarli. Le nozioni fondamentali e la forma mentis erano ancora lontane. Disfatta. Buttiamoci completamente su Geometria, sperando che non sia troppo tardi.
Se hai due cavalli, su quale punti?
Di geometria c’era da studiare la teoria e da fare gli esercizi. In realtà una buona parte del programma era solo da riprendere, ci avevo già provato nella sessione invernale, per poi abbandonare. Ma dovevamo ricominciare. Strong. Testa bassa e pedalare lungo la salita. Senza fermarsi, chi si fermava era perso. Puntare al primo appello.
Man mano che passavano i giorni mi rendevo conto che i miei buoni propositi stavano lentamente morendo. Il primo appello era troppo vicino. E non ce l’avremmo mai fatta. Mai. Non ce la facemmo. Non arrenderti. Ormai era tramontata da tanto tempo l’idea della doppietta di istituzioni – io non ce l’ho mai fatta. Io. Si puntava al secondo appello di geometria, e al resto ci avrei pensato dopo. Occupiamoci di un problema alla volta. Chiedo a SiTI di poter fare un orario ridotto per un breve periodo cosí da studiare meglio. Di quella fase mi ricordo il cap 4 del Cox stampato frontte retro due pagine per foglio e impararsi il Nullstellensatz lungo corso Stati Uniti. Camminando. E poi l’ultima serie di teoremi, imparati pochi giorni prima dell’esame al parco dei caduti. 

Diedi l’esame. Scritto e orale. 26. Qualcosa era cambiato.

Da lí poi fu una partita e una vittoria dietro l’altra. Geometria.Laboratorio di fisica-la rivincita. Reti neurali. Probabilità. Tesi. Laurea. L’altra grande svolta avvenne un lunedì mattina, il 15 di luglio. Tornato da Vinadio mi resi conto che restava davvero poco tempo per prendere in mano e preparare probabilità. Dovevo ancora copiare gli appunti di Francesca, c’era ancora in ballo l’esame di reti neurali e poi ordinare i dati, scrivere e fare le simulazioni per la tesi. Tempo non ce n’era.


Da queste situazioni ne esci se i problemi li risolvi assieme, non uno alla volta. E non é affatto semplice da dire, da pensare e da fare. Non ce la faremo mai. Ogni giorno che passava mi rendevo conto che se avessi voluto andare oltre l’ostacolo qualcosa avrebbe dovuto cambiare. Io. Solo che non avevo focalizzato bene il quando, il perché e il come.

Il perché imparó a farmi apprezzare di più tutto quello che c’era attorno alla mia vita.
Il quando mi diede le forze per l’ultimo scatto finale.
E il come mi fece riscoprire qualcosa in me, che si era ormai assopito da 5 anni.

“…il naufragio mi ha dato la felicità che tu non mi sai dar…”

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