pensieri liberi

tratta da flickr.com dall'album di "ciccio pizzettaro"

e fuori continua a piovere. in questa stanza non ci sono finestre, non mi piacciono. sembra quasi che ti facciano credere che non esiste un mondo al di fuori. invece fuori piove. e lo senti, senti il rumore delle gocce sul tetto.  che poi già lo so che quando uscirò mi farà sentire strano quelll’acqua che cade da cielo, quell’idea di bagnato tutto addosso tutto attorno. l’adoro, ma mi fa sentire strano.

la difficoltà maggiore sta quando sappiamo dove vogliamo arrivare, am non abbiamo affatto idea della strada che dobbiamo percorrere. ne intraprendiamo una, arriviamo ad un vicolo cieco. torniamo indietrooe proviamo a farne un altra. tutto bene, certo. il grosso problema è che non basta il tempo per poter fare tutti i percorsi possibili. inoltre talvolta si può scegliere una sola volta, e tornando indietro delle strade ci saranno precluse.  inoltre alle volte capita che tornando indetro dobbiamo evitare delle “valanghe ” provocate dal nostro avanzamento. Il grosso problema di ciascuno di noi è rendersi conto che nessuno prenderà mai la strada giusta, ciascuno a suo modo, se è fortunato o meno prenderà quella che più gli si addice, il resto sta a noi. goderci il paesaggio, mentre si sale sulla vetta.

quell’uomo stava seduto composto al tavolino del bar. aveva ordinato un the caldo. fuori pioveva. dentro faceva caldo, non c’era trambusto, tutto era calmo, i rumori attutito dalle pareti, dai vetri delle finestre. l’orologio che aveva al polso era vecchio di vent’anni, ma sembrava nuovo. cinturino in pelle, cassa in oro, sfondo bianco. semplice, pulito. ogni suo gesto era al rallentatore, quasi che si rendesse conto che stava facendo quel movimento. ogni suo gesto era non scomportsi, non perdere quella posizione e quella postura così perfetta, così armoniosa, così tranquilla. tirò fuori dalla sua borsa in pelle il giornale.

vi siete mai resi conto di chi vi sta attorno. delle stupende persone hce ci sono. alle volte non valorizziamo i nostri amici, non diciamo “grazie” a chi non ci fa affondare nel nero mare delle giornate. alle volte non ci rendiamo conto di come ci stanno tenendo a galla, loro. e che in realtà quello che facciamo noi basterebbe a malapena per non affogare. solo che noi siamo talmente assorti nella nostra vita, nei nostri problemi che raramente guardiamo gli occhi dell’altro e ci chiediamo cosa lui prova in quel momento, è sempre la nostra vita quello che ci importa di più. e ciò non vuol dire non volersi bene, vuol semplicemente dire vivere in un mondo di individui singoli, limitare l’accesso degli altri alle nostre vite. perchè più uno arriva a fondo, più può farci del bene, ma anche ferirci. tanto. anche per sempre.

come diceva bonanza “la vita è piena di tempi morti”. che ne sai, alle volte è un viaggio di ritorno dalla neve. alle volte è un’ora di lezione, altre volte un viaggio in pullman. siamo abituati all’azione. non tolleriamo le condizioni di solitudine, silenzio e semplicità. non è un sermone per tornare alla vita del passato. è solo per dire che la mia vita, quella di tutti, non è sempre un film da oscar, che alle volte siamo pellicole che nessuno vorrebbe guardare. non dico che non ci sia azione, ma non c’è sentimento, non ci sono personaggi, sono semplici e noiose transizioni. alle volte però è proprio da questi momenti che impariamo ad apprezzare ciò che abbiamo, ciò che ci è stato dato. gli altri, la vita, la natura, la musica, l’amore.

c’è una scena stupenda nel film “Happy Family” di Salvatores, Ezio e Caterina se ne stanno sul balcone, in silenzio. ecco, lui pensa che sia stupendo quel silenzio: non c’è paura che ci sia, non devono riempirlo a tutti  i costi, stanno bene loro. lei invece pensa che sia imbarazzante quel silenzio, che vada riempito, perchè se non sanno cosa dirsi allora non si diranno mai nulla. per me il silenzio è qualcosa di stupendo , molto vicino all’idea di necessità di Ezio, più a quella che è meglio evitarlo di Caterina. non è che è sbagliato non dir nulla, più che altro alle volte è facile starsene in silenzio. è che troppo spesso pur di aprire bocca diciamo cose errate e non ci pensiamo nemmeno. e feriamo.

e’ facile starsene fuori dalle grandi battaglie. perchè forse non vincerai nulla, ma nemmeno si perderà qualcosa. o no? alle volte capita che non ci vogliamo schierare, facciamo gli ignavi, ed è quello che ci ammazza. non scegliere. scegliere bene o male, di fretta o pensandoci implica una nostra capacità di metterci in gioco, di sapere cosa vogliamo, o almeno dove vorremmo arrivare. starsene seduti senza prendere parte alle battaglie ci salva, ma un domani chi mai si vorrà schierare con noi. vorreste mai come compagno di vita Don Abbondio, l’ “eroe del quieto vivere”. no, se dobbiamo sporcarci le mani vogliamo gente che ci creda davvero in quello che fa. che sa pensare, che sa sbagliare ma che sceglie.

intanto quell’uomo era sempre seduto. arriva il cameriere, giovane, gentile e sorridente, ma dentro di sè un imbarazzo lo provava. anche lui aveva paura di rompere quell’atmosfera così innaturale, così irreale, così perfetta. sul vassoio aveva una teierà in porcellana con sopra disegnata una fantasia, di tipo orientale. una tazza in coordinato, e uno scatolino con una scelta di diverse miscele. l’uomo lo ringraziò, scandendo ogni singola lettera, poi prese a guardare le bustine con calma, ne scelse una la mise in infusione. continuò a leggere il giornale. la notizia era di cronaca, stati uniti, negozi di libri. notizie come altri, ma sembrava che il suo leggere desse più dignità, più importanza. passano tre minuti, dà un occhiata al suo orologio per sicurezza e poi impugnò il manico della teiera, la inclinò piano per far scendere l’acqua, che ormai si era impregnata del sapore della miscela. prese la tazza e piano piano la avvicinò alla bocca, le sue labbra avvolsero il bordo e pian piano, senza scottarsi si bagnò la lingua. cercò di assapore il gusto, appieno, con calma. prese poi un biscotto che gli avevano portato e lo mangiò, senza far rumore, senza sbriciolare, calmo perfetto, senza fretta. finì di leggere il giornale sorseggiando il thè, si alzò, andò a pagare e se ne uscì, sotto la pioggia, nella vita di tutti i giorni.

“…vuoto abissale sarà..”

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